Nuovo attacco sventato negli Stati Uniti. Il 22 febbraio Austin Tucker Martin, 21enne della North Carolina, è stato ucciso dagli agenti di sicurezza dopo aver superato il cancello principale della residenza di Mar-a-Lago del presidente Donald Trump, munito di armi. Si tratta dell’ennesimo episodio di violenza nel Paese, sintomo di una leadership presidenziale che incita all’odio e alla rabbia.
IRRUZIONE A MAR-A-LAGO
Trump e la moglie Melania non erano a Mar-a-Lago al momento dell’irruzione. Si trovavano a Washington per ospitare i governatori USA nel ricevimento annuale. Il 21enne americano era riuscito a superare il cancello della residenza, approfittando dell’uscita di una macchina, entrando con un fucile in una mano e una tanica di benzina nell’altra. Due agenti del Secret Service e un vicesceriffo di West Palm Beach gli avevano intimato di posare le armi. Ma lui, secondo le dichiarazioni dei militari, avrebbe invece alzato il fucile «in posizione di sparo». A quel punto hanno aperto il fuoco contro il giovane, uccidendolo. Solo la sera precedente era stato denunciato come scomparso dalla sua famiglia.

Al momento le forze di sicurezza sono state sospese, come da prassi, in attesa che le indagini facciano chiarezza sulla dinamica. Il Secret Service in una nota ha fatto sapere che «l’incidente, incluso il background dell’individuo, le azioni e il potenziale movente sono sotto indagine da parte dell’FBI, del Secret Service e dello sceriffo della contea di Palm Beach». Intanto, il cugino di Martin ha detto all’Associated Press che il giovane era «tranquillo, timoroso delle armi e proveniente da una famiglia di grandi sostenitori di Trump». Già nel 2019 una donna cinese era riuscita ad accedere all’atrio principale della residenza su South Ocean Boulevard. Era armata “solo” di cellulari e una chiavetta USB contente un malware, un software dannoso. Poi altri episodi minori avvenuti tra il 2017 e il 2020, mostravano delle lacune della sicurezza del resort.
ATTACCHI A DONALD TRUMP
Non è la prima volta che viene sventato un attacco contro il tycoon. Il più grave era avvenuto il 13 luglio del 2024, quando Thomas Matthew Crooks, durante un comizio elettorale a Butler in Pennsylvania, aveva tentato di assassinare Trump, riuscendo solo a ferirlo di striscio all’orecchio. La foto di The Donald con il pugno alzato e il viso sporco di sangue ha fatto il giro del mondo. Era diventato il simbolo repubblicano di resilienza nella campagna elettorale per la corsa alle presidenziali. E ancora, il 15 settembre dello stesso anno, Ryan Routh si era nascosto tra i cespugli mentre il tycoon stava giocando a golf nel suo club di West Palm Beach. Catturato dalle forze dell’ordine, è stato poi condannato all’ergastolo perché, per il giudice, Routh aveva pianificato l’assassinio di Trump.

Bersaglio di un odio che lo stesso The Donald porta avanti nella sua politica divisiva e scorretta per definizione, fatta di nemici interni – giornalisti, giudici, democratici – targati come corrotti, e di nemici esterni – gli immigrati clandestini – considerati pericolosi. Quindi Trump è una vittima o un carnefice? Il tycoon sa camminare sul filo sottile che li separa.
L’ODIO ALIMENTA L’ODIO
Allargando lo sguardo, la violenza non ha come bersaglio solo il presidente americano. Si tratta, infatti, di una violenza politica dilagante e pluridirezionale negli Stati Uniti. Solo questa settimana un uomo è stato fermato nel Campidoglio mentre correva con un fucile in mano. Il caso più eclatante lo scorso anno, quando Charlie Kirk, l’attivista 31enne della destra reazionaria, era stato ucciso dal 22enne Tyler James Robinson durante un suo convegno in un campus nello Utah. A giugno dello stesso anno la deputata statale democratica del Minnesota Melissa Hortman era stata assassinata in casa insieme al marito da Vance Boelter, un repubblicano contrario all’aborto e ai diritti della comunità LGBTQ+. E poi i recenti omicidi di Renée Good e Alex Pretty commessi dalle forze anti-immigrazione dell’Ice a Minneapolis, tanto da scatenare proteste che hanno superato i confini del Minnesota.

Tutti contro tutti, un gioco pericoloso. Va specificata una cosa: Donald Trump non ha inventato la violenza negli USA. Ha preso quella che c’era, trasformandola, amplificandola e, molto spesso, motivandola. Come non citare l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio del 2021, quando una folla incitata dalle parole del tycoon sulla presunta “vittoria rubata” alle elezioni presidenziali del 2020, aveva attaccato il Campidoglio, emblema del potere americano, e in quell’occasione totalmente delegittimato. Per la vicenda erano state arrestate 1.400 persone e decine di agenti erano stati feriti. Ma a gennaio 2025 Trump ha concesso grazie e clemenze a molti dei coinvolti. Il messaggio sottostante è chiaro: può essere tollerato perfino l’uso della forza contro le istituzioni democratiche, serve solo la narrazione giusta.