I dati sensibili di 5000 agenti della Digos sono stati trafugati da hacker cinesi. Nel dossier diffuso nelle ultime ore, si parla di un’intrusione nei sistemi informatici del Viminale, nel periodo tra 2024-2025, quando, tra Cina e Italia era in atto un piano di cooperazione di forze dell’ordine sul territorio italiano. Nomi, incarichi e sedi operative. I profili di forze dell’ordine italiane impegnate nelle missioni più sensibili, dall’antiterrorismo alla criminalità organizzata, fino ai dissidenti cinesi presenti sul territorio italiano. Sarebbero queste le informazioni bramate, e ottenute, in questa operazione segreta a stampo cinese.
LA CORNICE
Nel 2024 il Ministro degli Interni Piantedosi aveva incontrato il suo omologo cinese Wang Xiaohong, in un incontro mai condiviso fino ad oggi. Cina e Italia avevano deciso di collaborare ad un piano triennale di cooperazione per combattere droga, cybercrime, tratta di esseri umani e criminalità organizzata nei due paesi. In particolare, i controlli incrociati si volevano concentrare sulle zone toscane di Prato e dintorni, territori fortemente assoggettati alla presenza di mafia di matrice cinese. Estorsioni, omicidi, violenze sul luogo di lavoro hanno tempestato la zona del pratese in questi anni per il controllo dei settori industriali più redditizi, come tessile ed imballaggi.
La procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Testaroli, in questo quadro di cooperazione, aveva richiesto alla Cina di rispondere a una rogatoria emersa nelle indagini su cittadini cinesi. La Cina acconsente. Così, l’intelligence cinese inizia a collaborare con la procura italiana. Nel fare queste verifiche approfondite, è essenziale rispettare le rogatorie e le normative imposte dall’Interpol nell’accesso e la gestione dei dati sensibili di un paese straniero. Ben presto le autorità italiane si accorgono che i colleghi asiatici sapevano molto più di quanto necessario, ed iniziano a sorgere i dubbi.

Già a partire dal 2022, nella città di prato era stata installata una stazione di polizia oltremare della città di Fuzhou a Prato. Fatto che aveva destato preoccupazione, soprattutto tra i dissidenti cinesi presenti in Italia. La polizia cinese aveva spiegato che l’ufficio non doveva destare particolare preoccupazione perché “si occupa solo di pratiche amministrative e non di pubblica sicurezza”. In quest’ultimo caso, infatti, la presenza sul territorio italiano di un ufficio della polizia cinese sarebbe illegale. L’Italia al momento è uno dei pochissimi paesi al mondo, l’unico del G7, ad aver avviato una collaborazione con le forze di sicurezza cinesi per dei periodici pattugliamenti congiunti sui rispettivi territori. Qualche volta i carabinieri o i poliziotti italiani vanno in Cina, qualche volta quelli cinesi vengono in Italia.
LA FINE DELLA COOPERAZIONE
I rapporti si incrinano drasticamente quando, in un incontro tra i funzionari cinesi e il capo della polizia Vittorio Pisani, quest’ultimo chiede spiegazioni sull’acquisizioni di dati sensibili dai nostri sistemi. Non ottiene risposta. I diplomatici e le forze dell’ordine cinesi tacciono. L’Italia reagisce chiudendo la cooperazione operativa. Finiscono i pattugliamenti congiunti e la formazione degli agenti cinesi in Italia. Il dialogo si interrompe definitivamente.
A Prato le autorità italiane continuano a indagare sull’operatività della comunità cinese, mentre i lavoratori continuano a denunciare le violenze sui posti di lavoro. Nonostante la volontà cinese di allungare una mano d’aiuto alla sicurezza italiana, l’ha fatto inficiandone i muri di difesa, violando le linee guida dei patti di cooperazione e incrinando drasticamente la fiducia costruita tra Cina e Italia.