Il mago del Cremlino: l’ombra del potere russo raccontato in un film

Influenzare la vita delle persone è un compito estremamente facile, soprattutto se a farlo è un drammaturgo nato. Confondere e distogliere l’attenzione diventa praticamente automatico se nello stesso modo con cui si inventano le storie si inventa la realtà.

Per Vadim Baranov (un camaleontico e indecifrabile Paul Dano) l’ingresso nella politica russa non è solo un mestiere, ma una via sotterranea per determinare le sorti del Paese. Il suo compito è di introdurre nelle stanze del potere una nuova guida, che corrisponde all’ascesa nel Cremlino di Vladimir Putin (interpretato da un glaciale e arcigno Jude Law).

I fili del potere politico ne “Il mago del Cremlino”

Nato dal libro di Giuliano da Empoli, il film diretto da Oliver Assayas rapisce grazie alla brillante sceneggiatura coscritta con Emmanuel Carrère, che coglie fatalmente il gioco del dominio. Baranov è un giovane regista agli inizi degli anni ’90. A lui piace dirigere, orchestrare nell’ombra.

È perfettamente conscio che per essere in primo piano nei corridoi del Palazzo deve agire dietro le quinte, alle spalle dei riflettori. Non a caso Assayas lo ritrae sullo sfondo della platea, con inquadrature sfuocate in cui programma cinicamente il suo spettacolo.

Il giovane talento passa rapidamente alla direzione televisiva dei reality show proponendo format banali, ma dal successo assicurato. L’ascesa alla politica è l’ultima frontiera di una conquista progressiva ma inesorabile. Baranov sa perfettamente cosa piace alla gente e come entrarle in testa. Che sia un teatrante, un direttore televisivo o un uomo politico non fa alcuna differenza. È a tutti gli effetti un burattinaio del potere.

In foto Vladimir Putin e sullo sfondo Vadim Baranov in una scena del film

Nella prima e nell’ultima inquadratura in cui appare il personaggio c’è una concretizzazione scenica delle sue azioni. Nel prologo, la macchina da presa inquadra una libreria in cui entra all’improvviso, lateralmente, mentre nell’epilogo esce di scena di spalle, senza che ci venga concesso nemmeno uno sguardo. In entrambi i casi la presenza sullo schermo, mai frontale o esplicita, si nutre dell’ambiguità entro cui opera.

La dittatura del caos

Il film è filtrato dal racconto dello stesso braccio destro di Putin, che dopo essersi ritirato concede un’intervista a un giornalista americano (Jeffrey Wright) deciso a comprendere come le macchinazioni dell’élite dirigente abbiano agito nell’epicentro di Mosca. Il Cremlino da quel momento non sarebbe più stato governato da politici. Il loro leader li aveva sostituiti con uomini spietati, animali feroci arricchiti dalle guerre.

La ricostruzione della scalata al comando è tanto fulminea quanto agghiacciante. Il disegno prospettato per la Russia non contemplava solo l’instaurazione di un nuovo governo, ma prevedeva anche il crollo di qualsiasi ideale. Non c’era più una nuova ideologia da sostenere, né tantomeno dei valori per cui battersi. L’unica strada percorribile era l’affermazione impenetrabile e monolitica dell’odio: verso i popoli da annettere, nei confronti delle minoranze o nella creazione artificiosa di un nemico comune. Era l’inizio di una vera propaganda del caos.

Vadim Baranov in una scena del film “Il mago del Cremlino”

Baranov è un uomo ormai logorato dall’autorità, si nutre solo dell’asservimento verso la sua creazione. Questo lo spinge a rovesciare ogni canone etico e morale non tanto perché ne sia convinto, ma perché la sola possibilità di soddisfare “lo Zar” lo gratifica, anche a costo della sua integrità.
Il mago del Cremlino non si limita a essere un film sul controllo delle masse. Per due ore e mezza costringe a interrogarci sulle contraddizioni delle tecniche di manipolazione. La diffusione del kitsch, la facoltà di torcere la mente al popolo e il finanziamento indistinto delle frange estremiste ne svelano le tristi finalità: un disordine organizzato in cui la vera anarchia è quella del potere.

No Comments Yet

Leave a Reply