Rapporti sempre più tesi tra Washington e Pechino. Secondo il New York Times, rispetto al 2019 nella Cina sudoccidentale sarebbero notevolmente aumentate le basi militari, confermando il riarmo del Paese. Intanto la CIA, l’agenzia di Intelligence estero americano, ha pubblicato un video su YouTube per reclutare informatori cinesi, scatenando la reazione della Repubblica Popolare Cinese.
IL VIDEO PER RECLUTARE SPIE CINESI
Nessuna comunicazione segreta, nessun messaggio nascosto. La CIA ha pubblicato un video, in lingua mandarino, sul suo canale YouTube, dove tutti lo possono vedere. L’obiettivo è quello di reclutare nuove spie tra militari e funzionari dell’esercito cinese, così da avere informazioni sui loro massimi vertici, su settori militari e tecnologici sensibili. Il video mostra un ufficiale cinese tipo che denuncia un sistema in cui «gli unici interessi difesi sono quelli dei leader di partito». Tanto che i comandanti più capaci verrebbero rimossi perché percepiti come minacce. Il riferimento è alle epurazioni e le campagne anticorruzione che hanno interessato figure di primo piano dell’apparato militare legato al presidente cinese Xi Jinping.
Il video, che ha ottenuto quasi 7 milioni di visualizzazioni sul Canale, è il quinto pubblicato dall’agenzia di spionaggio americana dall’ottobre 2024. Immediata la reazione di Pechino: il Ministero degli Esteri cinese Wang Yi ha risposto affermando che il Paese prenderà “tutte le misure necessarie” per combattere l’infiltrazione e il sabotaggio da parte di forze straniere.
A tal proposito, in Cina il governo controlla rigidamente gli accessi a Internet, e siti come YouTube non sono raggiungibili all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Per questo, nella descrizione del video la CIA ha inserito il link ad un altro video che spiega come aggirare la censura del regime, per esempio usando una VPN, cioè un software che permette di navigare come se ci si trovasse in un altro paese. Una campagna, quella americana, che si inserisce in un quadro di crescente tensione tra i due Paesi in cui il riarmo è sempre più presente.
IL RIARMO CINESE
Tra le montagne del Sichuan, dove un tempo sorgevano gli impianti creati da Mao per la produzione delle prime bombe nucleari, oggi continua la tradizione di tempio della distruzione. Grazie ai satelliti commerciali europei, il New York Times ha scattato nuove foto che, messe a confronto con quelle del 2022, mostrano un cambiamento netto. Sono sorti edifici colossali pieni di tubature (fanno ipotizzare materiale altamente pericoloso) all’interno di un perimetro ancora più blindato. Preoccupa la torre di raffreddamento alta 115 metri spuntata nella base di Pitgon, mentre in quella di Zitong le industrie sono raddoppiate, almeno quelle visibili. Molte di queste, infatti, sono state costruite all’interno di caverne scavate nella roccia.

Sono queste le fucine per la fabbricazione dell’arsenale di Pechino che oggi sarebbe composto da 600 ordigni nucleari, ma il numero sta aumentando con una rapidità mai vista prima. Secondo il Pentagono, saranno mille entro il 2030, e 1.500 entro il 2035. Nulla di paragonabile, ancora, con l’armamento di Stati Uniti e Russia, di oltre 500mila elementi, ma abbastanza distruttivo da colpire Washington con una pioggia di missili.
NUOVO ACCORDO

La questione cinese, negli ultimi tempi, non è più una minaccia secondaria per gli USA. E il tutto c’entra con la decisione del presidente americano Donald Trump di far scadere (senza rinnovare) il Trattato New Start con la Russia, l’ultimo dei grandi accordi sulla regolamentazione degli armamenti nucleari ancora in vigore. Vladimir Putin aveva inizialmente proposto la proroga per un anno, ma Donald Trump si è rifiutato di firmare dichiarando che «senza la Cina non ha senso».
Durante la conferenza per il disarmo di Ginevra il 20 gennaio, Thomas Dinanno, sottosegretario di Stato Usa per il controllo degli armamenti, è tornato a sottolineare: «Mentre siamo qui oggi, l’intero arsenale nucleare cinese non ha limiti, non ha trasparenza, non ha dichiarazioni, non ha controlli». Di conseguenze, un nuovo accordo richiederà «la partecipazione di più della sola Russia al tavolo dei negoziati». Il governo di Xi Jinping però non ha mai commentato la richiesta statunitense.