HERASKEVYCH, L’ELMETTO DELLA DISCORDIA: L’ATLETA UCRAINO SQUALIFICATO DALLE OLIMPIADI

Vladyslav Heraskevych indossando il casco per lo skeleton

Il Comitato Olimpico Internazionale ha ufficializzato l’estromissione definitiva di Vladyslav Heraskevych dai Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026. L’atleta ucraino, specialista dello skeleton, non potrà prendere parte alla competizione a seguito del rifiuto di rimuovere dal proprio casco le immagini dei colleghi sportivi rimasti uccisi durante l’invasione russa. La decisione del Cio, che invoca il rispetto della neutralità politica, mette fine alla terza avventura olimpica del portabandiera di Kiev.

Nello skeleton, il casco è l’unica superficie che non smette mai di essere inquadrata. Mentre l’atleta sfreccia a pancia in giù, con il mento rasente il ghiaccio, la calotta diventa l’unico elemento distinguibile per le telecamere e per il pubblico. Indi per cui Vladyslav Heraskevych, quarto al Mondiale e favorito all’Olimpiade, caschetto che sarebbe passato tutt’altro che inosservato, aveva scelto proprio quel centimetro quadrato di plastica e carbonio per trasformarlo in un sacrario mobile. Un’azione studiata a lungo: «ci ho messo mesi a trovare un modo per ricordarli; un giorno, ad appiccicare tutte le loro foto sul casco; pochi minuti, a farsele togliere. Esserci ancora è una fortuna, essere qui un privilegio».

Vladyslav Heraskevych in posizione aerodinamica nella gara di skeleton
Il conflitto normativo: l’Articolo 50

Il Cio ha basato la squalifica sulla violazione dell’Articolo 50 della Carta Olimpica, che proibisce categoricamente ogni forma di «propaganda politica, religiosa o razziale» all’interno dei siti di gara. Sebbene il casco fosse già stato approvato sotto il profilo della sicurezza e degli standard tecnici, la natura del messaggio è stata giudicata incompatibilecon lo spirito olimpico di neutralità.

Mark Adams, il portavoce del Comitato Olimpico Internazionale

Il portavoce del Cio, Mark Adams, aveva tentato fino all’ultimo una mediazione, proponendo all’atleta di indossare una semplice fascia nera al braccio e di limitare il suo messaggio alle conferenze stampa o ai canali social. «Vogliamo che gareggi. Ma vogliamo chiedergli di esprimersi prima e dopo le gare, non durante. È nell’interesse di tutti che lui possa prendere parte a queste Olimpiadi, come è nell’interesse di tutti ascoltare quello che ha da dire» aveva affermato.

Dall’ucraino, un secco no: «la mia sensazione è che il Cio stia tradendo quegli atleti che facevano parte del movimento olimpico, non permettendo che siano onorati nell’arena sportiva in cui non potranno mai più mettere piede. Anche se ci sono dei precedenti in cui il Cio ha permesso questo tipo di tributo».

Nonostante la fermezza del Cio, però, l’atletaavrebbe respinto ogni compromesso. Anche a costo di perdere la chance di competere. «Voglio far parte della famiglia del movimento olimpico. Ma ora tutto questo è diventato uno scandalo, un gran pasticcio. E se si vuole dare la colpa a qualcuno, forse sarebbe meglio incolpare per primi se stessi» aveva affermato sui suoi canali social. «Non tradirò gli atleti che hanno sacrificato le loro vite: è grazie a questo sacrificio che posso essere qui adesso, alle Olimpiadi» aveva chiosato, forte anche della convinzione di non star violando il regolamento olimpico in assenza di icone di propaganda pubblicitaria, slogan politici o discriminatori.

UNA MAPPATURA COMMEMORATIVA

Vladyslav Heraskevych, una volta pugile a Kiev, già alla cerimonia di inaugurazione di Pechino 2022, aveva sollevato un cartello con scritto: «No War!». Anche a San Siro, in veste di portabandiera, avrebbe pensato a qualcosa di simile ma gli uomini del Cio lo avrebbero bloccato all’ultimo.

Vladyslav Heraskevych mentre mostra il cartello “No War!” a Pechino 2022

Poi l’elenco dei caduti commemorati sul suo casco come una mappatura dello sport ucraino falcidiato dal conflitto, che conta oltre 650 morti tra atleti e allenatori. «Non li conoscevo tutti, ma molti sì…», diceva l’atleta.

Alina Perehudova, 14 anni, promessa del sollevamento pesi: uccisa a Mariupol mentre scappava da un’esplosione. Pavlo Ischenzo, 33 anni, pugile peso gallo detto «Wild Man»: colpito nei primi giorni del servizio militare in prima linea. Oleksiy Loginov, 23 anni, portiere di hockey: morto in combattimento. Ivan Kononenko, 33 anni, sollevamento pesi: caduto a Bakhmut durante l’assedio. Mykyta Kozubenko, 31 anni, tuffatore: ammazzato a Mykolayv mentre combatteva. Oleksiy Habarov, 31 anni, tiro a segno: ucciso al fronte. Daria Kurdel, 20 anni, danza sportiva: sepolta nella sua casa d’Ingul, nel mezzo d’un bombardamento di droni. Yevhen Malyshev, 19 anni, biathleta: morto a Kharkiv da recluta un giorno in cui stava consegnando aiuti umanitari alla popolazione. E infine Dmytro Sharpar, il pattinatore artistico classe 1997, ucciso a Bakhmut, di cui Heraskevych diceva: «Era il mio compagno di squadra. Gli volevo bene…».

LE REAZIONI

La sentenza del Cio ha innescato una reazione a catena. Heraskevych ha denunciato con forza quella che ritiene una disparità di trattamento: a Cortina sono presenti 13 russi e 7 bielorussi sotto l’egida degli Atleti Individuali Neutrali (AIN). Secondo l’ucraino, molti di loro si sarebbero preparati in Crimea, territorio occupato, in palese violazione della legge ucraina e della stessa Carta Olimpica.

L’atleta ha inoltre citato il caso dello snowboarder azzurro Roland Fischnaller, che gareggia con la bandiera russa impressa sul casco tra i vessilli delle edizioni passate (Sochi 2014). Per il Cio si tratta di storiografia sportiva; per Heraskevych è la prova che esistono «regole speciali solo per l’Ucraina».

La slittinista ucraina Olena Smaha mentre mostra il guanto in segno di solidarietà al connazionale Vladyslav Heraskevych

Mentre il Parlamento ucraino ha approvato una risoluzione di sostegno con 268 voti e il presidente Volodymyr Zelensky ha difeso il gesto come un monito sul «prezzo della lotta», il mondo dello sport si spacca. La delegazione ucraina ha fatto quadrato attorno al suo portabandiera: la slittinista Olena Smaha ha mostrato alle telecamere il messaggio «Remembrance is not a violation» (il ricordo non è una violazione) impresso su un guanto.

La storia olimpica, d’altronde, è ricca di strappi simili. Si vedano il pugno alzato delle Pantere Nere sul podio dei 200 metri a Città del Messico 1968; i ciclisti cinesi con le spillette di Mao Zedong a Tokyo 2021 e il mantello sfoggiato per i diritti delle donne afghane a Parigi 2024.

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