Nell’Inghilterra rurale del XVI secolo tra la luce boschiva della foresta la macchina da presa scivola su una donna dalla veste vermiglia ai piedi di un albero in posizione fetale. Hamnet, di Chloé Zhao, è una sinfonia bucolica inscindibilmente legata alla creazione sin dalla prima inquadratura.
Il film è basato sulla vita della famiglia Shakespeare, dalla conoscenza tra William e la futura consorte Agnes (una viscerale Jessie Buckley) alla nascita dei tre figli: Judith, Susannah e Hamnet, da cui prenderà ispirazione il capolavoro del teatrante.
Il lutto come origine della creazione
Il prologo riprende l’apertura dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell in cui si dice che «Hamnet» e «Hamlet» erano due nomi gemelli tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, perfettamente interscambiabili tra loro.
l’Amleto nasce proprio da un lutto angosciante e disperato, la scomparsa del figlio, che spinge il padre a scrivere la tragedia per esorcizzarne la morte.

L’ultimo lavoro della regista cinese – valso ben otto candidature all’Oscar – vive dell’amore pulsante tra il pacato William (Paul Mescal) e la prorompente Agnes grazie al legame travolgente e conflittuale che li unisce. Lui vorrebbe scappare dall’oppressione paterna per dedicarsi alla vita urbana e professionale di Londra, mentre lei preferisce una vita agreste in simbiosi col paesaggio. “La strega dei boschi” (è questo il suo soprannome) ammaestra aquile, prepara intrugli medici a base naturale e sviluppa un culto quasi totemico per la natura.
Il vissuto dei protagonisti sembra scevro dalle contaminazioni teatrali. Più che un biopic, la pellicola analizza l‘elaborazione del lutto di coppia da due punti di vista differenti e per certi versi in collisione: quello riflessivo, pacato e soffocato di William e quello indomito, eruttivo e passionale di Agnes. Un dualismo in cui la lontananza da casa e il rimorso sono la causa dell’incomunicabilità tra due sfere emotive polarizzate ma fortemente unite tra loro.
La catarsi artistica come antidoto al senso di colpa
Il film è un trattato sulla perdita e sulla necessità di comprensione in cui la distanza fortifica l’intimità relazionale.
L’elaborazione del lutto prende forma nell’ideazione di una tragedia aderente alla realtà, una valvola di sfogo febbrile in cui erutta il senso di colpa.
La prima dell’Hamlet si apre nella città londinese, in un palco di legno con i fondali di un bosco dipinti: L’Amleto incontra il fantasma del padre, interpretato dallo stesso William Shakespeare, che usa il teatro per ribaltare i ruoli che la vita gli ha riservato.

Lo spettacolo diventa una fenomenologia della catarsi, la mimesi tragica in cui la platea si unisce allo struggimento di Agnes, che assiste prima furiosa e poi commossa al dramma. Le braccia della folla cingono Hamlet, sfondano la quarta parete, lo avvolgono come radici incarnate, ramificano la sofferenza del giovane agonizzante e la fanno propria. La condivisione osmotica del dolore è accompagnata dalle note del brano On the Nature of Daylight, che arricchisce uno spartito visivo e sonoro cristallizzato nel ricordo. Il palco, da spazio performativo, diventa uno specchio permeabile che amplifica le emozioni e le proietta sugli attori.
È proprio in questi casi che il teatro, così come il cinema, vive al confine tra l’immedesimazione e la proiezione, riproduce il mondo narrativo e trasforma ciò che è tangibile in qualcosa che non sempre lo è. Forse è questo il senso ultimo del film di Zhao e delle opere d’arte tout court, un omaggio alla creazione artistica in cui anche il pubblico diventa il protagonista (il)legittimo delle storie.