Pier Paolo Pasolini definiva il calcio come “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Per Gianni Brera era un gioco semplice, fatto di istinto e imperfezione. Arrigo Sacchi, invece, ricordava che il calcio è emozione, non geometria, mentre Pelé lo immaginava come fantasia pura, ventidue uomini e una palla.
Oggi, però, quel rito collettivo sembra essersi incrinato. Il gol non è più un’esplosione immediata, ma un’emozione sospesa, trattenuta nell’attesa di un verdetto che arriva da una sala di controllo. L’arbitro non è più solo al centro del campo, ma affiancato – e spesso superato – dalla tecnologia. E così il calcio, nel tentativo di diventare più giusto, rischia di perdere la sua naturalezza.
Il VAR nel calcio italiano
La tecnologia VAR, acronimo di Video Assistant Referee, ha fatto il suo esordio ufficiale nella Serie A il 19 agosto 2017, durante Juventus-Cagliari, cambiando per sempre il modo in cui il calcio italiano viene arbitrato: non più soltanto occhio umano e istinto, ma occhi elettronici e replay a disposizione della giustizia sportiva. Nei primi anni di applicazione, i numeri ufficiali parlavano di un’adozione meticolosa: nella stagione 2017-18 il VAR era stato impiegato in 397 partite tra Serie A e Coppa Italia, con 2.023 controlli effettuati e 117 decisioni corrette, in media un intervento ogni 3,3 gare.
Tassi che contribuirono a ridurre gli errori arbitrali da oltre il 5% a meno dell’1%, meno simulazioni e proteste. Numeri che sancirono, almeno sul piano statistico, il successo dell’introduzione della tecnologia. A distanza di quasi nove anni, il VAR non è più una novità, ma una presenza strutturale e costante del campionato.

L’evoluzione dell’utilizzo del VAR
Nella stagione 2025-2026, il suo utilizzo appare ormai normalizzato: ogni gara viene sottoposta a controlli continui, spesso silenziosi, che accompagnano l’intero svolgimento della partita. Tuttavia, a differenza della fase iniziale del progetto, non sono stati ancora pubblicati report ufficiali complessivi da parte della FIGC o della Lega Serie A sul numero totale di interventi, sulle percentuali di correzione o sulla distribuzione degli episodi per squadra.
Un vuoto informativo che rende necessario un approccio più prudente nell’analisi quantitativa dell’attuale stagione. Il VAR non è più un fenomeno secondario, ma una presenza costante in ogni weekend di Serie A: dati parziali raccolti da fonti statistiche suggeriscono che finora in questa stagione il totale degli interventi supera già la soglia degli 80 controlli, tra On Field Review e correzioni decisive, con alcune squadre che ne risultano coinvolte più spesso di altre.
Non è un caso che tecnici di prima fascia, da Simone Inzaghi a Luciano Spalletti, abbiano pubblicamente espresso malumori per episodi controversi dove l’interpretazione del regolamento ha avuto un peso determinante sul risultato finale, e dove la rapidità decisionale sembra essersi sacrificata sull’altare di un’eccessiva revisione.
Novità nella stagione 25/26
Ciò che è invece certo è che il protocollo VAR è cambiato nel tempo, ampliando progressivamente il perimetro di intervento. Se inizialmente il focus era limitato ai “chiari ed evidenti errori”, oggi l’attenzione si estende, si è espanso l’ambito di intervento anche a situazioni di fuorigioco millimetrico, falli nell’origine dell’azione e contatti sospetti giudicati soggettivi. Questo ampliamento ha contribuito ad aumentare la percezione di un VAR più presente e incisivo, ma anche più discusso.
La stagione in corso ha introdotto novità regolamentari significative, pensate per migliorare la trasparenza del processo decisionale. Come annunciato dalla Lega Serie A e riportato dalle principali testate sportive, l’arbitro è ora chiamato a spiegare pubblicamente la decisione dopo una revisione VAR, comunicandola allo stadio e ai telespettatori, con l’obiettivo di aumentare trasparenza e comprensione. Una misura che mira a rendere più comprensibili le scelte arbitrali, ma che al tempo stesso prolunga i tempi dell’attesa e spezza il ritmo emotivo della partita. Una mossa che vuole avvicinare il calcio moderno allo spettatore, ma che rischia al contempo di prolungare l’agonia di un rito, la decisione arbitrale, che una volta era istinto e immediata accettazione. Poi hanno introdotto regole volte ad accelerare il gioco, come il limite di otto secondi per i portieri nel trattenere il pallone, segno di un calcio sempre più regolato e controllato.

VAR, più giustizia ma meno anima: il calcio sospeso tra tecnologia ed emozione
Non sono mancate, anche in questa stagione, polemiche e prese di posizione da parte di alcuni allenatori, spesso legate più all’interpretazione del regolamento che al funzionamento tecnico del VAR. Episodi controversi, decisioni ribaltate o confermate dopo lunghi controlli, hanno alimentato il dibattito su un calcio che appare più giusto sul piano formale, ma meno fluido e immediato nella sua espressione. Dopo la partita con il Napoli il tecnico del Genoa, Daniele De Rossi, ha detto la sua sull’argomento ai microfoni della stampa tanto da arrivare a dichiarare: “Non so più che sport sto allenando”.
Il risultato è un paradosso che porta con sé un cambiamento profondo della percezione del gioco: il gol non è più un istante definitivo, ma un evento provvisorio, sospeso tra l’esultanza e il timore di una revisione. La tecnologia garantisce forse più equità, ma impone un ritmo riflessivo che soffoca la spontaneità nell’attesa e subordina l’istinto a un monitor. Questa innovazione tecnologica ha quindi reso il calcio più giusto sotto il profilo oggettivo, riducendo errori macroscopici e formalizzando processi decisionali, ma ha anche allungato i tempi del gioco, diminuito i tempi di esultanza e attenuato quella spontaneità che faceva del gol un atto di pura liberazione emotiva.
In un campionato sempre più sensibile a ogni singolo episodio, dove fuorigioco, contatti e interpretazioni regolamentari scatenano dibattiti interminabili, resta da chiedersi se l’equilibrio tra giustizia e naturalezza, tra tecnologia e gioco, sia davvero raggiungibile… oppure se il calcio, nel nome di una perfezione giudiziaria, abbia finito per perdere parte della sua anima più genuina.
Var o non var?
Forse, allora, la domanda non è se il VAR funzioni o meno, né se renda il calcio più giusto. I numeri dicono di sì. La vera questione è un’altra: che cosa resta del gioco che Pasolini definiva sacro, che Brera raccontava nella sua imperfezione, che Sacchi voleva emozione e non geometria, che Pelé immaginava come un atto di fantasia collettiva. In un calcio che seziona, rallenta e scompone ogni decisione, stiamo soffocando l’errore, l’ultimo briciolo di umanità rimasto in campo.
E con esso si attenua l’istinto, si raffredda l’esultanza, si spezza quel filo emotivo che univa campo e tribune. Il VAR può aver migliorato la giustizia del calcio, ma ha cambiato la sua natura. E forse, per tornare davvero a comprendere che gioco vogliamo, bisognerebbe tornare ad ascoltare chi il calcio lo ha raccontato come rito, come emozione, come imperfezione. Perché un gioco perfetto, senza errore e senza istinto, rischia di essere giusto, ma meno vivo.