IL WASHINGTON POST LICENZIA 300 GIORNALISTI, A RISCHIO LA TESTATA AMERICANA

«Democracy dies in darkness». La democrazia muore nell’oscurità. Non solo uno slogan, ma una dichiarazione di identità che il Washington Post ha fatto propria nel 2017. Oggi, però, quella frase torna a imporsi con un significato amaro, mentre il quotidiano affronta una delle crisi più profonde della sua storia. Jeff Bezos, proprietario della testata dal 2013, ha annunciato il licenziamento di circa 300 giornalisti su 800. Corrisponde ad un terzo dei dipendenti e colpisce anche vincitori del premio Pulitzer.

LA RIUNIONE VIA ZOOM

Fondato nel 1887 da Stilson Hutchins, il giornale statunitense è diventato un colosso a partire dalla fine degli anni ’70 con l’editrice Katharine Graham, grazie ad inchieste che hanno scritto la storia americana. Dai Pentagon Papers sui rapporti tra il governo federale e il Vietnam, allo scandalo Watergate che ha portato alle dimissioni del presidente americano Richard Nixon.

Adesso, però, l’egemonia del giornale sembra vacillare e ad annunciarlo è il New York Times. Si legge che il direttore esecutivo, Matt Murray, e il responsabile delle risorse umane, Wayne Connell, hanno inviato una mail ai dipendenti invitandoli a «restare a casa per l’intera giornata», chiedendogli poi di partecipare a una riunione su Zoom in mattinata. Durante la videochiamata, Murray ha definito il taglio «doloroso, ma necessario», lasciando poi che ogni giornalista scoprisse via email il suo destino. Destino definito via social dai giornalisti licenziati un «bagno di sangue».

Lasciati a casa nomi noti come Marissa Lang, che ha vinto il Pulitzer per la sua copertura dell’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio del 2021. O Claire Parker e Gerry Shih finalisti al medesimo premio per la copertura di Gaza e per aver raccontato la storia di Hind Rajab, la bambina di 5 anni uccisa nella Striscia dai carri armati israeliani. Stessa sorte per Lizzie Johnson, inviata del The Washington Post in Ucraina. Lei si è sfogata sul social X: «Non ho parole, sono devastata, il WP mi licenzia mentre sono in una zona di guerra».

LE MOTIVAZIONI

La decimazione riguarda tutte le redazioni internazionali – verranno chiuse quelle a Kiev, Berlino, Gerusalemme e Il Cairo – così come quelle locali. A questo si aggiunge la chiusura quasi totale della redazione Sport, l’eliminazione della sezione Libri e la cancellazione del podcast quotidiano Post Reports. Mentre aumenterà la copertura di settori come scienze, salute, tecnologie e storie di vita quotidiana, e resterà alta l’attenzione sulle notizie politiche.

Jeff Bezos, fondatore di Amazon

Il licenziamento era già nell’aria da settimane, dopo che la dirigenza della testata aveva comunicato che non sarebbero stati inviati giornalisti in Italia in vista delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. D’altronde, di recente Bezos, il terzo uomo più ricco del mondo, si era lamentato delle perdite recenti del WP pari a circa 100 milioni di dollari, e della continua diminuzione dei lettori della testata. Tralasciando il fatto che a causarla sono state proprio alcune sue scelte. Una di questa consisteva nel divieto al giornale di pubblicare l’endorsement pro Kamala Harris nel 2024, sebbene prendere una posizione politica fosse una tradizione della testata. Astinenza che ha causato migliaia di cancellazioni degli abbonamenti. Aggravata poi dalla decisione di marzo 2025 di chiudere la pagina delle opinioni, perché “troppo aperta a più punti di vista”.

Va aggiunto che di recente il patron di Amazon si è avvicinato sempre più al presidente conservatore Donald Trump, arrivando a finanziare con 75 milioni di dollari il docu-film sulla First lady, dal titolo “Melania”. Si preannuncia così un cambio di rotta del giornale tipicamente democratico.

LA LETTERA DEI GIORNALISTI

La CNN ha divulgato una lettera firmata da Matt Viser, giornalista politico responsabile dell’ufficio della Casa Bianca per il WP, e altri sette cornisti. In cui i giornalisti avvertono che il The Washington Post non potrà mantenere i suoi standard di eccellenza se verranno decimate altre aree della testa. Perché «Il nostro lavoro dipende dalla collaborazione con le redazioni esteri, sportive e locali. Se una parte viene indebolita, ne risentiremo tutti».

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