Se le parole di Gianni Infantino, numero uno della Fifa, hanno scatenato la reazione del governo ucraino, anche quelle pronunciate all’indomani da Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), non sono state ben accolte da Kiev. Nel suo discorso di apertura del 3 febbraio alla 145° sessione del Cio a Milano, Coventry ha sostenuto l’importanza alla partecipazione ai Giochi da parte di tutti gli atleti, indipendentemente dal comportamento del loro governo. Tali affermazioni hanno fatto però intendere la possibilità di vedere la Russia ai prossimi Giochi Olimpici di Los Angeles 2028.
Dopo aver lanciato la sua “operazione militare speciale” in Ucraina, la Mosca è stata esclusa dalle gare ufficiali da Fifa e Uefa quasi sin da subito. Per quanto riguarda le Olimpiadi, a quella di Parigi 2024 il Cio ha imposto restrizioni più severe rispetto al passato. Solo pochissimi atleti russi infatti hanno potuto partecipare come Ain (Atleti individuali neutrali), oltre al fatto di aver dovuto dimostrare di non sostenere attivamente la guerra o avere legami con l’esercito.
A quattro anni dall’inizio del conflitto sembra però che ci sia una volontà di voler reintegrare Mosca nello sport internazionale. In un’intervista del 2 febbraio a Sky News, Infantino ha sostenuto che la scelta di escludere la Russia dalle competizioni internazionali dovesse essere «assolutamente rivista» poiché «questo divieto non ha ottenuto nulla, ha solo creato più frustrazione e odio. Permettere ai ragazzi e alle ragazze della Russia di giocare a calcio in altre parti d’Europa sarebbe d’aiuto».
Parole su Russia irresponsabili
Così sono state definite le parole di Infantino dal ministro dello sport ucraino Matvii Bidnyi, che ha prontamente risposto anche a Kirsty Coventry. «Non è una questione politica, ma di genocidio. Se lo sport esiste in una società moderna, è perché rispetta una serie di valori umanitari, un ordine internazionale e uno stato di diritto civile. Se questo viene distrutto, lo sport cessa di esistere. Pertanto – continua Matvii Bidnyi – credo che anche le istituzioni sportive siano responsabili di ciò che accade nel mondo. Non può essere che un Paese si comporti come uno stato terrorista e non solo rimanga parte della società civile, ma partecipi anche a eventi sportivi come le Olimpiadi. Non è normale, non importa quanto li vestano di bianco e li definiscano atleti neutrali».