“Non abbiamo protetto il Presidente”. 3 milioni di pagine. 180.000 fotografie e 2.000 video. L’ultima tranche di documenti pubblicati dal dipartimento di Giustizia sul caso Epstein. Un fulmine a ciel sereno che colpisce, nuovamente, il potere americano a più di un mese dall’ultima divulgazione dei file.
“Avete idea di quanto ci voglia a esaminare una mole simile di materiale?”: così durante la conferenza stampa tenutasi nella giornata di giovedì 29 gennaio, il viceministro della Giustizia, Todd Blanche, ha giustificato il ritardo della diffusione dei documenti bloccati dallo scorso dicembre. Si tratta di una mole di materiale pedopornografico senza precedenti. Al fine di proteggere le vittime e di non rendere l’intero pacchetto di documenti e di indagini federali di dominio pubblico, ogni pagina, mail e fotografia sono state vagliate accuratamente dal dipartimento.
La presenza di Trump nel dossier
Ma arriviamo al sodo. Ciò che scalda maggiormente l’opinione pubblica e l’opposizione democratica è la presenza del Presidente Trump all’interno dei file. Ciò che tutti si aspettano è un passo falso del tycoon, una prova che lo deponga dal trono, dimostrando, finalmente, il suo pieno coinvolgimento nel giro di crimini sessuali messi in atto dall’ex finanziere Jeffrey Epstein. Ad aumentare le speranze della fazione democratica è lo stesso Blanche, garantendo che la Casa Bianca non ha interferito nell’analisi e nella pubblicazione dei file e aggiungendo che qualsiasi membro del Congresso avrà libero accesso alla documentazione priva di censura. Poi, però, in un’intervista rilasciata in serata a Fox News, il viceministro ha spiegato: “In nessuna di queste comunicazioni Epstein ha lasciato intendere che il Presidente Trump abbia commesso qualcosa di criminale o abbia avuto contatti inappropriati con una delle sue vittime”.
Il nome del capo della Casa Bianca figura ripetutamente in circa 5.300 pagine, tra articoli che Epstein e i suoi amici si scambiavano e email nelle quali l’ex finanziere discuteva sulle elezioni presidenziali del 2016, vinte proprio dal tycoon. Nel caos che avvolge la figura del Presidente degli Stati Uniti, tra le rivolte contro l’Ice in Minnesota e la crisi in Iran che vede gli USA schierati in prima linea, la riesumazione del caso Epstein pare proprio voler scalfire la figura, apparentemente intangibile, del Presidente.

La divulgazione di nuovi file può veramente cambiare le carte in tavola?
Se si analizzano più in profondità i documenti rilasciati, si scopre che le persone coinvolte non sono esclusivamente repubblicani o filo-trumpiani. La realtà dimostra ben altro. Che Trump avesse contatti con l’ex finanziere pedofilo è stato già dimostrato dalle foto e dai video che negli ultimi mesi stanno facendo il giro di Internet. Ma i file colpiscono anche l’establishment democratico. A partire dai coniugi Clinton, accusati di oltraggio dallo stesso Congresso. Poi, un’ex consigliera di Barack Obama, e Bill Gates, dichiaratamente anti-trumpiano.
Ed è proprio il fondatore di Microsoft a trovarsi ora al centro dello scandalo internazionale. In una delle mail pubblicate dal dipartimento di Giustizia, Epstein nel 2013 racconta di essere stato implorato da Gates di cancellare alcune mail sulle sue “malattie veneree”, chiedendogli di fornirgli degli “antibiotici da somministrare di nascosto a Melinda”, moglie dell’imprenditore. Poi, aggiunge di aver aiutato lo stesso Bill a procurarsi dei farmaci in seguito a dei rapporti sessuali avuti con delle ragazze russe.
La risposta del capo della Casa Bianca
Non sono mancati i commenti del Presidente Trump in seguito alla diffusione dei file: “Non ho visto personalmente i nuovi documenti, ma persone molto importanti mi hanno detto che non solo mi assolvono, ma sono l’opposto di quello che sperava la sinistra radicale”. Direttamente dall’Air Force One, il capo della Casa Bianca ha annunciato, inoltre, di voler fare causa al giornalista Michael Wolff, in seguito a numerose email dalle quali, secondo Trump, sarebbe emersa la volontà di fare del male al futuro Presidente.
Anche Vladimir Putin nelle email
Non solo democratici e repubblicani. La rete di affari ha tessuto trame anche nelle fredde terre nemiche all’establishment americano. Nei 3 milioni di file pubblicati, la parola “Mosca” appare 9.629 volte; mentre 1.056 sono le menzioni a Vladimir Putin. Il presunto collegamento potrebbe essere avvenuto a causa dei legami con Robert Maxwell, ex asset di Mosca negli anni ’70 e padre di Ghislaine Maxwell, complice di Epstein ora in carcere dal 2022.
Secondo il Daily Mail, Epstein sarebbe stato al centro del “kompromat”: la più ampia operazione di traffico di ragazze per conto dei servizi segreti russi, il Kgb. Un programma che avrebbe procurato giovani ragazzine ai capi del mondo. Tuttavia, i contatti tra la Russia e Epstein arrivano fino al 2018. Epstein e il capo del Cremlino si sarebbero incontrati in più occasioni anche alla vigilia del summit fra Trump e Putin, al termine del quale il futuro presidente americano dirà di non avere prove di interferenze russe nella sua elezione presidenziale.

La politica italiana nei documenti
Anche il nome di Matteo Salvini è apparso diverse volte nei file Epstein rilasciati dal dipartimento di Giustizia. Nulla a che vedere con l’intreccio di traffici sessuali di cui è accusato Jeffrey Epstein. Piuttosto, si tratterebbe di un particolare interesse dell’ex finanziere verso l’estrema destra europea. In particolare, l’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, avrebbe parlato di una serie di finanziamenti alla Lega di Salvini erogati al partito tra il 2018 e il 2019. In alcune email, infatti, Bannon scriveva ad Epstein di “essere concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini così che possano effettivamente candidarsi con liste complete” in occasione delle europee. Finanziamenti che il Carroccio nega di aver ricevuto.