L’agente segreto: il film che abita nella ricostruzione del passato  

Ci sono film che non chiudono il cerchio narrativo, ma lo espandono allo sguardo dello spettatore lasciando molteplici suggestioni. Chi è l’agente segreto di cui si parla nel titolo? È questa la domanda che aleggia nell’opera di Kleber Mendoça Filho, vincitore della Palma d’oro e candidato agli Oscar come miglior film straniero. Ambientata nel 1977 in piena dittatura militare, la pellicola segue la storia di Armando (un magnetico Wagner Moura, miglior attore a Cannes), giunto a Recife durante il carnevale, quando è costretto a fuggire da due uomini assoldati dall’industriale malavitoso Ghirotti per eliminarlo. Il cinico affarista italo-brasiliano è alla ricerca dell’ex professore dopo che questi ne aveva denunciato le pratiche illecite ed era fuggito, abbandonando la moglie e il figlio Carlinhos.

Già la prima sequenza è un concentrato dei temi principali che verranno trattati successivamente: La macchina del protagonista arriva in un distributore di benzina desolato in cui ad accoglierlo non c’è solo il bizzarro proprietario della struttura fatiscente, ma un cadavere in putrefazione coperto da un cartone. L’intervento della polizia sembrerebbe essere risolutivo per la vicenda, ma è invece un pretesto per perquisire la macchina di Armando con l’obiettivo di ricevere una somma di denaro in cambio della loro acquiescenza.

Wagner Moura nella sequenza d’apertura del film

Le atmosfere picaresche e colorate del carnevale sono perlopiù latenti, fatta eccezione per alcune intrusioni isolate. Sono gli avvenimenti ordinari invece, a essere raffigurati con una lente grottesca. Le maschere della realtà sembrano ancora più inquietanti di quelle farsesche e immaginarie, inserite nel contesto dittatoriale di Ernesto Geisel (di cui è inquadrato più volte il ritratto) che alimenta corruzione, illegalità e soppressione del dissenso.

Un miscuglio variegato di generi e caratteri

Il film di Mendoça è un cocktail in cui noir, dramma, spy-story, western e commedia sono avvolti in un fil rouge che si dipana nello spaccato socioculturale brasiliano del ’77. Una commistione di generi e topoi immerge lo spettatore in una narrazione che segue piste differenti. Il ritmo e la regia sono cangianti, seguono rapsodicamente una struttura difforme in cui tempo, forme e caratteri danzano senza sosta e in maniera discontinua. Un’aritmia stilistica propedeutica per la coesistenza di generazioni differenti, affrontate con uno sviluppo centrifugo e atemporale.

Dona Sebastiana e il nipote adottivo sullo sfondo in una scena del film

Al suo ritorno in città Armando è ospitato clandestinamente da Dona Sebastiana, una settantenne sui generis, loquace, con gli occhiali sporgenti e il furore di una ventenne. È un ex anarchica e comunista che si è battuta per la liberazione antifascista durante la Resistenza in Italia. Protegge diversi dissidenti del regime ai quali affida nomi fittizi, tra cui il protagonista, sotto copertura come Marcelo. Una doppia vita simboleggiata dal gatto siamese con la testa bifronte che abita la casa della donna. Ma questa non è l’unica scheggia surrealista del film, che ritrova in una gamba mozzata anche lo splatter-horror. L’arto, dal ventre di uno squalo viene spostato e trafugato fino a ribellarsi, prendere vita propria e aggredire le coppie che si appartano nei parchi. È l’ennesimo elemento dissonante di un’opera non perfetta, ma che nel complesso riesce a trasmettere una vivacità non comune.

Il cinema come artefatto socioculturale

Anche in questo caso il cinema è usato come dispositivo socioculturale, valvola di sfogo e fuga da un mondo di oppressione. I film della Nuova Hollywood come Omen e Lo squalo che ammaliano le platee e fanno sognare il piccolo Carlinhos (che attende spasmodicamente di vedere il blockbuster di Spielberg) non sono solo una finestra d’intrattenimento, ma uno spazio di libertà in cui è concesso sognare e spaventarsi anche in un mondo in cui l’arte e le emozioni più forti sono nemiche delle dittature. La commedia e l’orrore sono gli antidoti che neutralizzano il potere e lo umanizzano dissacrandolo, scuotono dall’assuefazione percettiva del regime.

Armando insieme ai rivoluzionari accolti da Dona Sebastiana

Tutti gli eventi sono filtrati dal punto di vista di una studentessa che indaga sulla vita di Armando attraverso elementi d’archivio, giornali e registrazioni. La ragazza arriva fino al figlio dell’uomo (interpretato dallo stesso Wagner Moura), il quale ammette di sapere ben poco del padre a differenza sua. E se fosse proprio lei l’agente segreto di cui parla il film? Un segugio a caccia di una memoria perduta, che tra l’inchiostro dei quotidiani e le registrazioni ricostruisce una storia di cui le nuove generazioni sono gli eredi e i testimoni posteri.

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