Il racconto personale di un orrore che diventa un monito collettivo. Per la prima volta dopo il suo ritorno in Italia, il cooperante Alberto Trentini ha parlato pubblicamente a Che Tempo Che Fa di Fabio Fazio, spiegando cos’è successo in quei 423 giorni di detenzione nel carcere El Rodeo I di Caracas.
Il 15 novembre
Alberto è entrato nello studio accompagnato dalla madre Armanda Colusso e dall’avvocata Alessandra Ballerini. Una semplice maglietta nera, capelli ancora corti dopo l’ultima rasatura e un sorriso di speranza, accompagnato da occhi che trasmettono ancora il dolore per ciò che ha vissuto. Trentini è partito dall’inizio: da quel 15 novembre 2024 in cui la sua vita è cambiata. Si trovava in Venezuela per lavorare come cooperante della ong internazionale Humanity & Inclusion, che aiuta le persone con disabilità.

«Dopo un breve viaggio in aereo, ero in taxi verso Guasdualito, al confine con la Colombia. – dice – A un posto di blocco fisso sono stato fermato dalla polizia nazionale, evidentemente incuriosita dal mio passaporto italiano». Due funzionari del controspionaggio militare gli hanno sequestrano il cellulare e l’hanno sottoposto a un lungo interrogatorio di circa cinque ore. «Avevano un interesse ossessivo per la mia carriera, per il mio lavoro, le lingue straniere, i paesi che avevo visitato, il lavoro umanitario che avevo svolto». Insieme a lui, è stato arrestato anche il tassista che lo stava portando a Caracas, Rafael Ubiel Hernández Machado, liberato pochi giorni fa.
Gli spazi del carcere
Da lì è iniziato l’incubo di Alberto: è stato portato al carcere El Rodeo I a Caracas, senza un’accusa formale. Nei suoi 14 mesi di detenzione si trovava in celle «buie e maleodoranti. Uno spazio di quattro metri per due in cui è compresa anche una latrina, sopra la quale con un rubinetto ci si lava e si fa la doccia». I primi dieci giorni, Trentini li ha passati in quella che era definita la “pecera”, ovvero un acquario. «Era una stanza con un vetro dove tu non potevi vedere, ma eri visto. – spiega a Fazio – Dalle sei del mattino alle nove di sera eravamo costretti a stare seduti fermi sopra una sedia mentre ti sparavano addosso aria condizionata gelida».

Una forma di tortura che per le autorità venezuelano era una quotidianità perché «non hanno proprio la nozione basica dei diritti, per loro quello era normale, non la pensavano come una tortura». Nel carcere, inoltre, esistevano anche «celle disciplinari, dove chi viene punito per insubordinazione è costretto a restare per giorni nudo e ammanettato, dormendo sul pavimento, a prescindere dalla temperatura esterna». Per esempio vi finivano i detenuti che protestavano con uno sciopero della fame.
Senza sapere nulla
A El Rodeo I Alberto non aveva una percezione chiara dei luoghi in cui era rinchiuso o delle persone che lo circondavano. «Tutto il personale girava con il capo coperto di passamontagna neri» e «noi detenuti spesso venivamo trasferiti in altre celle senza motivazione, con le manette ai polsi e un cappuccio di tela nera in testa che impedisce di vedere dove si viene condotti». Una logica di sopraffazione in cui «anche i movimenti più banali diventano strumenti di umiliazione». E ci si pone immediatamente in una logica di inferiorità rispetto alle guardie. «Per chiedere qualcosa bisogna affacciarsi da una finestrella posta a un’altezza che obbliga ad abbassare il capo».

Per 423 giorni Alberto non aveva né alcun oggetto personale né notizie dall’esterno. Gli sono stati tolti gli occhiali da vista, non aveva nessun libro o altri svaghi, ma solo «un gessetto con cui sul muro segnavo i giorni che passavano. Non avevo altro, soltanto i miei pensieri». Ma il cooperante ha cercato di non abbattersi, trovando dei modi per intrattenersi e creando una scacchiera con pedine fatte di carta igienica, sapone e acqua. Inaspettatamente però «si aveva il diritto a cinque ore d’aria al giorno per cinque giorni alla settimana».
Cosa sapeva Alberto
E la domanda di Fazio giunge spontanea: Trentini sapeva perché era lì? All’inizio no, ma la sua prospettiva è cambiata a gennaio del 2025, quando il direttore del carcere gli aveva detto che lui e altri tre detenuti erano «pedine di scambio». Anche se Alberto ignorava per chi o per cosa. In generale, rientrava in quella logica di «politica degli ostaggi» che contraddistingueva il regime di Maduro.
“Sono passati dei mesi prima di poter fare la prima telefonata”.
– Alberto Trentini a #CTCF pic.twitter.com/O4rFR60OLE— Che Tempo Che Fa (@chetempochefa) February 1, 2026
Le notizie all’interno di El Rodeo I, però, erano scarse e filtrate, quindi né Alberto né gli altri detenuti sapevano cosa stesse succedendo all’esterno. Solo i prigionieri venezuelani avevano la possibilità di vedere i propri famigliari con incontri dalla durate di venti minuti e sotto lo sguardo di guardie incappucciate che prendono nota delle conversazioni. Per Alberto, invece, il primo contatto con i genitori è avvenuto solo sei mesi dopo la sua incarcerazione.
L’interrogatorio
E Fazio fa anche la domanda tanto temuta: ha mai pensato di essere ucciso? Trentini ci pensa poco e subito dice: «Dopo l’interrogatorio, quando la camionetta su cui era stato caricato aveva cominciato a percorrere una strada in campagna ho temuto il peggio». La paura era più grande era per le possibili torture. Anche se Alberto dichiara di «non aver mai subito violenze fisiche, ma psicologiche perché non si aveva nessun contatto con l’esterno e nessuna idea di cosa stesse succedendo». E i detenuti erano sottoposti anche alla macchina della verità: un interrogatorio basato su 12 domande personali e insidiose. «Era in una stanza molto calda perché se sudavi voleva dire che stavi mentendo e il funzionario faceva di tutto per farmi sbagliare le risposte» per fargli ammettere di aver commesso atti di terrorismo contro il regime.
La liberazione
Più volte Alberto aveva sperato di essere liberato e in molti momenti le guardie quasi lo illudevano. Per esempio quando gli tagliavano barba e capelli velocemente e in modo inaspettato. Poi è arrivato il giorno di svolta. La notizia del blitz statunitense e della caduta del regime di Nicolas Maduro non sono state date apertamente dagli agenti del carcere. «Capivamo che c’era qualcosa di importante, non sapevamo di Maduro». Così Trentini e altri detenuti italiani sono stati scarcerati il 12 gennaio e sono tornati il giorno successivo in Italia. «Ho perso più di un anno di vita e non l’ho perso solo io ma anche, di riflesso, la mia famiglia e la mia compagna». E per concludere Alberto rivolge un pensiero a tutti coloro che gli sono stati vicini con manifestazioni, sit-in o interventi. In particolar modo la madre Armanda Colusso, definito da lui stesso «una leonessa».

Proprio Armanda era presente in studio: mani giunte e sguardo addolorato mentre ascolta le parole del figlio. Qualche mese fa era intervenuta da Fazio con un appello per la liberazione di Alberto e con lo striscione verde che identifica la sua battaglia aveva scattato una foto con il presentatore. La puntata finisce nello stesso modo. Una foto di Fazio e Armanda, ma questa volta con Alberto in mezzo a loro, abbracciati e di nuovo insieme.