«La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza». Questa frase, tratta dal celebre romanzo 1984, si riferisce ad un ipotetico futuro distopico in cui un regime autoritario, il Socing, controlla la sua popolazione anche attraverso una profonda manipolazione della verità. Non un controllo sul mondo reale, dunque, quanto sulla percezione che il popolo ha dello stesso. Tanto da poter arrivare ad affermare che 2+2 può equivalere a 3, a 4, a 5, o a tutte queste cifre insieme. Ecco, cosa succederebbe se uno scenario del genere iniziasse a manifestarsi nella nostra realtà? E cosa succederebbe se ciò avvenisse non in un paese abitualmente riconosciuto da noi occidentali come una dittatura, ma nello Stato che da secoli è il simbolo della democrazia occidentale?
Tutti gli esempi

I principali fatti di cronaca arrivati sui nostri giornali da oltreoceano, a parte la costante componente di violenza ingiustificata, hanno anche un altro filo rosso a connetterli l’un l’altro. Ovvero l’intervento delle istituzioni a tentare di smorzare la portata del fatto in sé, spostando l’attenzione verso le “colpe” della vittima in questione e/o proponendo una versione alternativa dei fatti. Spesso e volentieri, anche quando le immagini raccontano altro.
L’ultimo caso in ordine cronologico risale allo scorso 24 gennaio, all’omicidio dell’infermiere 37enne Alex Pretti. Nelle ore immediatamente successive alla sparatoria, si sono susseguiti i commenti da parte di alcune cariche dello Stato nel merito: Gregory Bovino, ex commander at large della Border Patrol, aveva affermato che l’uomo aveva intenzione di infliggere «gravi danni alle persone», rendendo necessario l’utilizzo delle armi per legittima difesa da parte degli agenti dell’ICE. Allo stesso modo, il vicepresidente J.D. Vance l’aveva definito un «agitatore di estrema sinistra», il consigliere per la sicurezza interna Stephen Miller «un assassino». E Kristi Noem, la segretaria della sicurezza interna degli Stati Uniti, aveva bollato Pretti come un «terrorista interno».
L’America invasa dai «terroristi interni»

Una volta pubblicati i video che mostravano la dinamica della sparatoria, però, tutte queste si sono rivelate accuse prive di fondamento. Ma è quella pronunciata da Noem a far riflettere più di tutte le altre. Specialmente perché non è la prima volta che la donna utilizza queste esatte parole. Era già avvenuto all’inizio di gennaio, in seguito all’uccisione da parte dell’ICE di un’altra cittadina americana, Renee Nicole Good. Anche in questo caso, Kristi Noem aveva definito il comportamento della donna «azioni di terrorismo interno», accusandola di aver tentato di investire un agente della forza federale, che poi l’ha raggiunta con alcuni colpi di pistola.
E anche in questo caso, i video pubblicati nei giorni successivi hanno mostrato un altro tipo di dinamica. Lo stesso copione era stato messo in atto già ad ottobre, quando la cittadina statunitense Marimar Martinez era stata accusata di aver speronato un SUV dell’ICE, dal quale gli agenti avrebbero risposto aprendo il fuoco e ferendola con cinque proiettili. Per il Dipartimento di Sicurezza Interna, la definizione giusta per la donna era sempre la stessa: «terrorista interno».
Arresti e Ice-land
Si tratta di un modus operandi che non è relegato a fatti cruenti, ma applicato dovunque se ne senta il bisogno. Vedasi l’arresto di Liam Conejo Ramos, il bambino di 5 anni fermato dall’ICE insieme a suo padre, immortalato in un filmato che ha immediatamente fatto il giro del mondo. Le autorità avevano definito il papà di Liam un «immigrato illegale», salvo poi essere smentite dall’avvocato della famiglia, che ha spiegato come il nucleo familiare fosse arrivato legalmente negli Stati Uniti e stesse proseguendo l’iter per regolarizzare la propria posizione nel paese.

In altri casi, poi, queste linee guida vengono seguite anche da parte dell’amministrazione Trump, quando di mezzo c’è proprio il presidente statunitense. Ultimo esempio: il discorso tenuto da The Donald al World Economic Forum di Davos, durante il quale – minacce e toni aggressivi a parte – ha confuso per diverse volte la Groenlandia con l’Islanda. La spiegazione fornita dalla portavoce del presidente Katherine Leavitt, però, ha fugato ogni dubbio. Ha spiegato come Trump non si fosse assolutamente confuso. Semplicemente, sui suoi appunti, la Groenlandia era segnata come un “pezzo di ghiaccio” (Islanda in inglese si dice Iceland, da qui l’”equivoco”). Una spiegazione puntuale e coerente, confutata però dalle parole di Marco Rubio, che ha di fatto ammesso come Donald Trump si sia confuso tra i due paesi, minimizzando però la questione con un riferimento ai frequenti lapsus di Joe Biden durante il suo mandato. Ancora una volta, dunque, spostando il focus.
Qual è il ruolo di Trump in questa strategia?
Più profondo di quanto sembri da quanto detto fin qui. Perché anche Trump in diverse occasioni si è reso protagonista di quelli che sono a tutti gli effetti dei tentativi di riscrivere la realtà. Se possibile, con toni molto più sprezzanti di qualsiasi suo collaboratore. Secondo lui, infatti, Renee Good si era «comportata in modo orribile», investendo in maniera «violenta, volontaria e feroce l’ufficiale dell’ICE». Il 29 gennaio, poi, Trump ha condiviso sul suo profilo Truth un video nel quale viene mostrato Alex Pretti che, una settimana prima del suo omicidio, inveisce, sputa e prende a calci un mezzo con a bordo alcuni agenti della forza federale, che scendono in strada e lo immobilizzano, per poi rilasciarlo. E insieme al video, il presidente statunitense ha ricondiviso anche un commento nel quale l’uomo è etichettato come – guarda un po’ – un «terrorista interno».
E ancora il 28 gennaio la deputata democratica Ilhan Omar è stata avvicinata da un uomo che, durante un suo intervento pubblico, le ha spruzzato addosso dell’aceto con una siringa. Trump, da anni critico nei confronti della donna, ha subito commentato l’episodio affermando che «conoscendola, probabilmente ha organizzato tutto». Insomma, gli episodi sono diversi, e rientrano perfettamente nel preoccupante quadro geopolitico tracciato dal premier canadese Mark Carney nel suo discorso tenuto a Davos. Secondo il primo ministro, il vecchio ordine mondiale è irreparabilmente rotto, e le relazioni tra le grandi potenze «non sono soggette ad alcun vincolo». Sostanzialmente, ad oggi, vale tutto. Nella speranza che le immagini del Big Brother per strada restino tra le righe di un romanzo, e non si trasferiscano nella normalità del mondo reale.