Il racconto di una cittadina di Niscemi: “Cinque minuti per scegliere cosa portare via dalle case evacuate”

Quando la terra ha iniziato a sgretolarsi a Niscemi era mattina, «È stata una fortuna, perché se fosse successo di notte non avrebbero fatto in tempo a evacuare tutti». Annalisa, 23 anni, è un’abitante della città, diventata tristemente nota sui notiziari nazionali per la frana che ha costretto l’evacuazione di oltre 1500 persone e messo in allerta l’intero agglomerato per altri possibili crolli. La sua casa si trova nella parte periferica del paese, a metà della collina su cui sorge l’abitato e a circa seicento metri in linea d’aria dal costone che nei giorni scorsi ha ceduto trascinando con sé strade, terreni, le case e quindi le storie di molte persone.

Il Belvedere franato “era il nostro posto”

Niscemi non è costruita su una montagna, ma su un altopiano irregolare, fatto di salite e discese, di piccoli dislivelli che sembrano innocui finché la terra non si muove. «Da noi si dice “salire in piazza” perché il centro è più alto, mentre la frana è successa più in basso, verso la piana di Gela». È lì che il terreno argilloso ha ceduto, portando via un pezzo di paese e isolandone quasi totalmente il resto. Il punto più colpito è il quartiere di Santa Croce, lo stesso che trent’anni fa era già stato teatro di una frana. «Allora c’erano state anche delle vittime. Per questo avevano demolito le case e lasciato uno spiazzo di cemento». Negli anni quello spazio era diventato un parcheggio, un belvedere, un luogo di ritrovo. «Ci andavamo prima di salire in piazza, a vedere il tramonto, a stappare una bottiglia a mezzanotte quando qualcuno compiva gli anni. Era un posto nostro». Oggi, di quel punto di ritrovo di ragazzi, famiglie, persone resta solo un immenso vuoto.

Non un caso isolato
Alcune delle abitazioni lungo il costone franato

La frana di gennaio non è arrivata all’improvviso. Il 16 del mese un primo smottamento aveva già colpito un costone vicino e nel 2019 un’altra frana aveva interrotto una delle strade provinciali. «La Regione lo sapeva. Lo sanno da anni che questo terreno è fragile». Eppure le strade non sono state messe in sicurezza. «Hanno sistemato l’asfalto, ma il problema sotto è rimasto».

Ora Niscemi è quasi isolata. Due delle tre principali vie di collegamento sono chiuse, ne resta una sola. «Per arrivare o andare a Catania devi fare un giro molto più lungo, passando da Gela. Sono oltre trenta chilometri in più». Un problema che si riflette sulla vita quotidiana, sull’economia, sull’agricoltura attività di cui vive anche la famiglia di Annalisa: «I terreni degli agricoltori sono proprio in quella zona. Se le strade sono chiuse, non si riesce nemmeno ad andare a lavorare».

La zona rossa si allarga e le evacuazioni continuano
La strada che porta alle aree soggette ai crolli

La frana ha colpito in maniera diretta anche i parenti di Annalisa: «Mia zia è stata fatta uscire di casa in poche ore. Alle sei era lì, alle dieci era già a casa da noi, dove rimmarrà fino a che non troveremo una soluzione». Cinque minuti al giorno, accompagnata dai vigili del fuoco, è il tempo per rientrare e recuperare l’essenziale. «Devi scegliere cosa portare via, senza sapere se tornerai. Le medicine, i documenti, due vestiti, qualche foto. È devastante».

Il Comune poi ha allestito un centro di accoglienza al Palazzetto dello Sport, con brandine, coperte e pasti caldi. «Alla fine, quasi nessuno ci ha dormito, perché tutti hanno trovato ospitalità da parenti (l’ospitalità è tutto e su questo non c’erano dubbi). Ma i volontari non si sono fermati comunque un attimo». Croce Rossa, Protezione Civile, associazioni locali: la risposta della comunità ha compensato, almeno in parte, il senso di abbandono.

 

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E proprio questo sentimento emerge quando il discorso si sposta sulle istituzioni. «Dopo la frana del ’97 gli ultimi aiuti sono arrivati nel 2012. Vent’anni dopo». Anche dopo il 2019, nonostante le promesse e le ricognizioni ufficiali, nulla è cambiato. «Ora danno la colpa al ciclone Harry, ma non è vero. La pioggia può aver accelerato tutto, ma questa frana sarebbe arrivata comunque, è così il terreno».

Il dibattito politico si è innescato

Il dibattito sui fondi pubblici riaccende poi la rabbia: «Parlano di case da 25 mila euro come se fosse facile ricominciare. Ma qui uno stipendio medio è 1.400 euro, quando va bene. È come dire di comprare una Ferrari a chi non ha nemmeno il garage». E ancora il dibattito, inevitabile della politica sui fondi destinati al Ponte sullo Stretto è inevitabile: «Investono miliardi mentre ci sono paesi senza strade, senza treni, senza collegamenti. Noi non abbiamo nemmeno una stazione, e collegare fra loro i paesi sarebbe la priorità»

La terra continua a muoversi e a sfaldarsi lentamente, giorno dopo giorno. Le case evacuate restano vuote, sospese, come del resto chi le abitava. «Ormai è tardi per mettere alberi che con le radici che avrebbero potuto rinforzare il terreno, oltre a fare interventi leggeri. Servivano anni fa». A Niscemi la frana non ha solo spezzato una collina, ha fatto emergere una ferita più profonda: quella di un territorio fragile, conosciuto, ma mai davvero fino in fondo, e quindi mai protetto: «Questa non è una stata una tragedia improvvisa, ma era già ampiamente annunciata».

 

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