Negli ultimi anni molti governi europei e non solo hanno scelto di irrigidire le politiche migratorie, rafforzando controlli e rimpatri. La Spagna, guidata dal socialista Pedro Sánchez, ha scelto un’altra via. Aumentare i canali di ingresso regolari e riconoscere i diritti a chi già vive e lavora nel Paese. Il governo spagnolo ha infatti firmato un decreto che dà la possibilità a moltissime persone immigrate, arrivate in Spagna in modo irregolare prima dello scorso 31 dicembre, di ottenere un permesso di residenza della durata iniziale di un anno. La procedura dovrebbe cominciare ad aprile e secondo le stime del governo potrebbe interessare fino a 500mila persone.
Più di 700mila firme
Non si tratta di un’iniziativa del tutto sorprendente, dato che Sánchez, in carica dal 2018, si è sempre distinto per la sua difesa dei flussi migratori. Come testimonia un suo discorso in Parlamento di più di un anno fa: «Noi spagnoli siamo figli dell’immigrazione, non diventeremo i padri della xenofobia». La regolarizzazione è notevole anche perché è stata approvata a partire da un’iniziativa di legge popolare, sostenuta da più di 700mila persone, da diversi sindacati, dalla Chiesa e da 900 ONG.

Il miracolo economico spagnolo
Con quasi 50 milioni di abitanti, la Spagna è oggi l’economia a più rapida crescita in Europa. Secondo la Banca di Spagna il PIL dovrebbe aumentare del 2,2% nel 2026, contro l’1,2% di media dell’area euro. Il governo infatti stima che circa 840mila persone vivano in modo irregolare nel Paese. Regolarizzarne mezzo milione significa trasformare lavoratori “invisibili” in contribuenti che pagano tasse e contributi previdenziali, allargando così la base fiscale. Inoltre settori vitali come il turismo (che ha registrato numeri record nel 2025), l’agricoltura, l’edilizia e l’assistenza agli anziani soffrono di una cronica mancanza di personale. La manovra avrebbe anche lo scopo di combattere l’invecchiamento della popolazione per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico.
Un unicum in Europa
In Italia non ci sono sanatorie generalizzate come nel caso spagnolo, ma si punta sui Decreti Flussi. Questi prevedono quasi 500.000 ingressi per il triennio 2026-2028. La differenza è che questi riguardano principalmente chi deve ancora entrare, mentre la sanatoria spagnola riguarda chi è già sul territorio. Francia e Germania invece hanno ripristinato controlli alle frontiere interne, sospendendo di fatto Schengen in alcuni tratti, per frenare i “movimenti secondari”. La loro priorità nel 2026 è la sicurezza e la riduzione dei numeri per placare le pressioni politiche interne.

E l’Unione Europea?
Il nuovo quadro normativo europeo che entrerà in vigore a giugno, il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, introduce meccanismi che rendono la permanenza irregolare molto più difficile da gestire. Le procedure alla frontiera saranno accelerate. L’obiettivo è quello di decidere in tempi brevi, massimo 12 settimane, chi ha diritto all’asilo e chi deve essere rimpatriato. Questo riduce il numero di persone nella zona grigia della regolarizzazione che poi necessiterebbero di sanatorie.
Il Patto introduce una solidarietà “flessibile“. Se un Paese di frontiera, come Italia, Spagna o Grecia, finisce sotto pressione, gli altri Stati membri si troveranno davanti a un bivio. Accogliere una quota di migranti o pagare una sorta di “tassa di solidarietà” per ogni mancato ingresso. Questo meccanismo serve a gestire i nuovi arrivi, non chi è già presente irregolarmente. Ma è sul fronte dei ritorni che l’UE cambia radicalmente paradigma. Nasce infatti la “Return Sponsorship“: gli Stati membri potranno scegliere di non accogliere nessuno, preferendo invece finanziare e “sponsorizzare” i rimpatri per conto di altri Paesi.