Il petrolio venezuelano è tornato a circolare nell’economia globale. Come aveva promesso il presidente americano Donald Trump il greggio sud americano è stato caricato e sarebbe ora in viaggio verso le rispettive raffinerie. Il tycoon aveva parlato di 50 milioni di barili di proprietà di Washington, i cui proventi avrebbe poi diviso con il popolo venezuelano. Per gestire le transazioni, il governo americano si sarebbe affidato – come riporta il Corriere della Sera – a due major nel commodities trading: Vitol e Trafigura.
Il commercio

Le due società hanno quindi ottenuto le certificazioni statunitensi per caricare e trasportare il petrolio venezuelano. Dopo averlo immagazzinato nei loro terminal caraibici, le società hanno offerto il carico a Stati Uniti, Europa e India. Vitol – riporta sempre il Corriere – avrebbe negoziato carichi con le raffinerie americane di Valero e Phillips 66, e con la propria raffineria di Saras in Sardegna. Mentre Trafiguera avrebbe venduto un carico a una raffineria spagnola. In precedenza sia Valero che Phillips 66 avevano avuto accesso al petrolio venezuelano grazie agli accordi con Chevron, che grazie alla partnership con Pdvsa, poteva godere di esenzioni alle sanzioni. Nonostante i rischi di instabilità e una qualità bassa del petrolio, diverse aziende stanno puntando ad entrare nel mercato e sono in attesa che Washington conceda loro le esenzioni alle sanzioni.
L’apertura al mercato globale sta portando vantaggi economici importanti all’economia del Paese. Se con le sanzioni il Venezuela era costretto a svendere il proprio petrolio (intorno ai 30$ al barile), ora le due società di trading hanno pagato un prezzo più elevato. Circa 50$, secondo le stime, con uno sconto di 15$ sul prezzo del Brent, indice di riferimento, molto probabilmente per la bassa qualità del petrolio estratto. In base all’accordo con gli Usa, i 50 milioni di barili che il Venezuela venderà potranno generare 750 milioni di dollari di entrate aggiuntive.
La produzione
#27Enero Hoy aprobarán la derogación de la Ley Orgánica de Hidrocarburos de Chávez. Es una lástima y un retroceso enorme para el país que también se lleva por el medio la nacionalización del ‘76 y todo el pensamiento nacionalista petrolero venezolano.
Esto lamentablemente se… pic.twitter.com/nqNsXpulEb
— Rafael Ramírez (@RRamirezVE) January 27, 2026
Il Venezuela attualmente produce un milione di barili di petrolio al giorno. Il governo vorrebbe aumentare del 18% l’estrazione, grazie all’apertura ai privati. La nuova legge sugli idrocarburi, già passata per il Parlamento e di prossima adozione, permetterebbe infatti ad aziende private di investire ed estrarre il petrolio. Fino ad ora, il settore estrattivo era rimasta una prerogativa statale e limitata a joint venture dove la Pdvsa detenesse la maggioranza. Ora con una effettiva liberalizzazione del settore si può immaginare l’arrivo di importanti capitali esteri, specialmente sotto la pressione degli Stati Uniti.
La legge però non è vista di buon occhio da tutti. Il Venezuela perderebbe così il controllo su una risorsa strategica e su un bene considerato di dominio pubblico come stabilito da quattro articoli della costituzione. Per Rafael Ramirez, ex ministro del Petrolio ed ex presidente della compagnia petrolifera statale Pdvsa durante i governi di Chavez, la riforma cancella «una conquista nazionale fondamentale: lo sfruttamento e lo sviluppo del petrolio da parte della nostra compagnia nazionale».