I social media creano dipendenza come le sigarette? La risposta può essere data dal processo iniziato in California contro Meta (con Instagram e Facebook) e Youtube. La Corte Suprema della Contea di Los Angeles dovrà stabilire se le due app sono colpevoli di creare danni alla salute mentale dei bambini e degli adolescenti che le utilizzano.
Usa vs social
Il processo coinvolgerà 1600 querelanti, 350 famiglie e 250 distretti scolatici e non due social molto usati dai giovani: TikTok e Snapchat, che hanno accettato un accordo extragiudiziale pagando una somma per evitare le cause legali. Durerà otto settimane e il tema verrà sviscerato con testimonianze delle parti lese e probabilmente di Mark Zuckerberg, fondatore e azionista di Meta. Il procedimento legale non è incentrato sui contenuti che si possono trovare nelle app accusate, ma riguarda un loro aspetto progettuale.
Instagram, Facebook e Youtube sono realizzati per “ipnotizzare” il cervello tramite feed personalizzati e una riproduzione automatica, ovvero meccanismi dai quali è difficile distaccarsi. Il motivo alla base, secondo l’accusa, è da rintracciarsi nel rilascio della dopamina, che provoca piacere nello scrollo automatico e quasi compulsivo. Un comportamento di dipendenza che crea un messaggio chiaro nel cervello: quando si passa il tempo sui social si sta bene, quindi è un’azione che va ripetuta.
L’inizio della dipendenza
Nell’adolescente lo scrolling permette di distaccarsi dalla quotidianità, in un momento della vita in cui ci si sente più vulnerabili a causa dello stress scolastico, ansia sociale e cambiamenti fisici ed emotivi. Le notifiche e i reel danno un senso di stabilità e sicurezza. Mentre il distacco genera la sensazione negativa della “Fomo”, ovvero la paura di rimanere esclusi rispetto a ciò che succede nel mondo. La costante presenza sui social rappresenta un’apparenza di benessere, nasconde però danni più gravi sulla salute mentale come depressione, disturbi alimentari e autolesionismo. Segnali che sono diventati oggetti di dibattito scientifico e centrali nel processo iniziato negli Stati Uniti.

La storia personale
La procedura penale inizia con una storia personale, quella della diciannovenne K.G.M. che è cresciuta sui social. La sua prima iscrizione è stata su Youtube a 8 anni, poi l’anno successivo è stato il turno di Instagram e con il passare del tempo la ragazza ha creato i suoi account su Musical.ly, vecchio TikTok, e SnapChat. Un approccio molto precoce che ha portato K.G.M. a sviluppare problemi nella gestione dell’ansia, comportamenti depressivi e difficoltà ad accettare il proprio corpo. E proprio la «tossicodipendenza» della giovane è stata la base che ha scatenato il processo e che ha coinvolto altri nove ragazzi, anche loro vittime degli effetti collaterali dei social. I casi singoli rappresentano l’avvio del processo. Poi continuerà nelle aule di Oakland davanti alla Corte Distrettuale della California del Nord, dove interverranno famiglie e scuole per spiegare il proprio intervento per arginare i problemi dati dai social.
Le tesi delle parti
Da una parte l’accusa sostiene che Meta e Youtube abbiano creato in modo consapevole un modello per aumentare il tempo di permanenza sull’app. Dall’altra la parte lesa sostiene che non c’è una prova scientifica e tecnologica che testimoni tale tesi. In particolare, secondi i ceo di Youtube la piattaforma ha già attuato misure per salvaguardare i bambini e gli adolescenti, con blocchi per la visione di alcuni contenuti o la versione “kids”. I funzionari di Meta, invece, si sono opposti al processo in quanto semplificherebbe una questione molto più vasta e sfaccettata: quella della salute mentale. «Ridurre le sfide che gli adolescenti devono affrontare a un unico fattore significa ignorare la ricerca scientifica e i numerosi fattori di stress che influenzano i giovani di oggi» hanno scritto.
Il passato di Meta

In realtà, proprio Meta in passato ha cercato di insabbiare la questione sui danni alla psiche. Nel 2021 l’ex dipendente Frances Haugen ha condiviso documenti sensibili su un’analisi compiuta da Facebook in cui l’azienda affrontava i problemi che i social potevano apportare alla salute mentale dei giovani. Secondo il responso, le piattaforme avrebbero prodotto realmente conseguenze negative. Nonostante la conferma, l’algoritmo alla base dei social non è stato cambiato nel corso degli anni. Facebook ha preso il nome di Meta e ha adottato protezioni per i soggetti più vulnerabili, ma ciò non ha cambiato la base di funzionamento delle app.
L’esempio del tabacco
Il verdetto potrà rappresentare un punto di svolta. Se la giuria darà ragione a K.G.M., per le aziende potrebbe essere obbligatorio versare un risarcimento molto alto e cambiare alcune loro funzioni interne con una normativa più stringente. La strategia adottata per il caso social, secondo il New York Times, ha preso spunto dall’azione legale assunta negli anni ’90 contro l’industria del tabacco. Le società Philip Morris, R.J. Reynolds, Brown & Williamson e Lorillard si scontrarono con 46 stati americani, che le accusavano di oscurare le conseguenze negative del fumo. Il processo finì con il pagamento di 206 miliardi di dollari come risarcimento e un cambiamento nel marketing delle sigarette.
In Francia e Australia
I timori sugli effetti dei social media è un tema fondamentale anche per la legislazione di vari Paesi. In concomitanza con l’avvio del processo negli Stati Uniti, la Francia ha approvato dal Parlamento un disegno di legge che intende limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Il ddl ora è al vaglio al Senato e, se verrà adottato, la Francia sarà il primo Stato europeo a imporre un minimo sull’età. Nei mesi scorsi, invece, l’Australia è stato il primo Paese al mondo a vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni.