Il viaggio dell’eroe di Marty Mauser è la parabola di un proiettile impazzito che rimbalza senza sosta per centocinquanta minuti. Il nuovo film di Josh Safdie – ispirato alla storia di Marty Reisman, leggenda del tennistavolo negli anni ’50 – è una corsa affannosa al successo in cui umorismo e dramma si scontrano al ritmo rutilante delle racchette.
Una corsa darwiniana al successo

Marty Supreme non è un classico film sportivo. Il protagonista non è un eroe dal cammino circolare, perché è costretto ad affrontare un percorso tortuoso e irregolare che non ammette redenzione. La sua storia è individuabile già dagli irriverenti titoli di testa: degli spermatozoi in corsa per la fecondazione di un ovulo che si trasforma in una pallina da ping-pong. La passione per lo sport idealizzato a scopo di vita diventa il centro gravitazionale da cui nasce l’ossessione del successo. Anche in questo caso è uno su un milione a trionfare, con la differenza che Marty sposa una visione esistenzialista e determinista dell’esistenza, in cui ogni risultato dipende dalle azioni dell’individuo e non dall’imprevedibile caos della procreazione. Una logica della sopravvivenza dove prevale la legge del più forte.
Il ritmo è incalzante e frenetico, sincopato e asfissiante come l’ascesa del giovane e talentuoso Timothée Chalamet, che veste i panni di un ragazzo dall’indomabile voglia di eccellere. Riprovevole e attraente allo stesso tempo, è un magma disposto a tutto pur di trionfare.
L’instabilità dei rapporti affettivi di Marty Mauser
Per Josh è la prima regia in solitaria. I Safdie avevano infatti codiretto Good Time, un film sulle disavventure suburbane di due fratelli (Robert Pattinson e Benny Safdie) e Diamanti grezzi, il gioiellino autoriale sbarcato su Netflix con Adam Sandler. Questa volta il protagonista è un eccellente venditore di scarpe che si trasforma in un ladro di passioni, sentimenti e amicizie. Tutti i rapporti interpersonali sono votati al raggiungimento del suo obiettivo: essere il numero uno del mondo e sconfiggere il monolitico campione giapponese Ando.
Una scelta forte che lo vede costantemente in fuga. Dalla famiglia che lo vorrebbe in negozio alle donne di cui si circonda, che prima ammalia col suo fascino magnetico e poi lascia al proprio destino. È il caso di Kay Stone, una seducente attrice di teatro interpretata da Gwyneth Paltrow, o della giovane Rachel Mizer (Odessa A‘zion), con le quali intrattiene relazioni fedifraghe.

Il self-made man come figura terminale del sogno americano:
Chalamet è il simbolo del self-made man senza esitazioni. Un sognatore utilitarista disposto a umiliarsi in esibizioni farsesche pur di trarne profitto. Una predisposizione superata solo dal suo orgoglio narcisistico che restituisce un ritratto quanto mai attuale della società contemporanea. Il film mette in scena la distruzione del sogno americano, un groviglio di dilemmi etici spazzati dal turbinio della popolarità. Una scalata senza sosta in cui a vincere è solo l’ego.
Forse Marty è un personaggio più attuale di quanto non possa sembrare, e spinge lo spettatore a chiedersi se quell’ideale costruito in anni di propaganda e proclami non sia semplicemente basato sulla ricerca edonista del successo personale. Il risultato è la nascita di individui in cui ogni emozione e pulsione di umanità viene, di fatto, abortita.
A cura di Federico Tondo