È la Vigilia di Natale e manca poco alla fine del 2025, ma a Castelfranco Veneto – un comune vicino a Treviso che conta 33 mila abitanti – l’atmosfera che respirano i dipendenti della Bluergo è ben diversa dal consueto mix di sollievo e stanchezza pre-festivo. L’impresa, specializzata nella produzione di componenti elettronici per l’automotive, ha infatti chiesto al personale di compilare un questionario con al centro una domanda secca: tra i colleghi, chi vorresti lasciare a casa?
LA VICENDA
La Bluergo, che conta una sessantina di dipendenti, ha deciso di testare il “clima aziendale” in un momento di crisi del mercato. Ai lavoratori è stato chiesto di indicare, nero su bianco, i criteri per eventuali licenziamenti futuri. Meglio sacrificare i part-time, chi non ha famiglia o i più giovani? A rendere ancora più difficile la compilazione è la richiesta, da parte dell’azienda, di firmare il modulo con il proprio nome e cognome. Il questionario recitava così: “Nel caso ritenessi utile procedere subito alla riduzione del personale, o per altri motivi si debba comunque procedere in quel senso, con quali criteri ritieni debbano essere scelte le persone da lasciare a casa?”.
Per decidere chi licenziare, infatti, si poteva scegliere tra cinque opzioni precise, ovvero: persone che si propongono volontarie, i part-time, le persone senza carichi familiari, i più giovani oppure la voce “altro (scrivi tu un criterio)”.

È una mossa che non sembra considerare lo spirito di solidarietà tra colleghi, ma ricorda piuttosto un gioco a eliminazione. In rete, diversi utenti hanno accostato l’episodio alla serie TV Squid Game, il successo coreano di Netflix in cui centinaia di persone indebitate accettano di partecipare a sfide mortali per un enorme premio in denaro. Solo l’ultimo sopravvissuto incassa il jackpot, mentre per gli altri la sconfitta significa morte immediata. Una morte che – per fortuna – nel caso dei dipendenti della Bluergo riguarderebbe “solo” la sfera lavorativa.
LA RABBIA DEI DIPENDENTI E L’INSURREZIONE DEI SINDACATI
Solo una decina degli addetti avrebbero restituito il modulo firmato, mentre gli altri hanno scelto la via della protesta sindacale. Come riportano il Corriere e Il Fatto Quotidiano, per la Fiom Cgil di Treviso si tratta di una «mossa scellerata» che sposta il peso etico del licenziamento dalle spalle dell’impresa a quelle dei lavoratori, distruggendo il tessuto sociale interno. Il sindacato ha messo in discussione l’uso del questionario, spiegando che non si tratta di una consultazione democratica, ma di una pratica che «trasforma un momento di crisi e già drammatico in un gioco crudele».
Secondo il segretario generale Manuel Moretto, l’obbligo di firma rappresenta il colpo di grazia alla serenità interna, poiché «amplifica la pressione psicologica su ogni singolo dipendente, trasformando un ambiente di lavoro già teso in un campo di battaglia». Il sindacato avverte chiaramente: «Non permetteremo che i lavoratori siano costretti a giocare a questa partita umiliante».
Alla Cisl, lo sconcerto è identico. Il segretario generale regionale Nicola Panarella sottolinea l’assurdità della manovra: «Lavoro da trent’anni in un sindacato e non ho mai visto una cosa del genere. Questa pratica non ha alcuna ragionevolezza d’essere».
Gli fa eco Massimo Civiero della Fim Cisl, che bolla l’intera vicenda come «una cosa surreale», ribadendo che «un questionario del genere non ha alcun senso, né giuridico né umano». Perché, come precisa Panarella: «È la legge a stabilire che strada intraprendere, non un questionario». Dal canto suo, il titolare dell’azienda Bruno Scapin ha difeso l’iniziativa definendola un “semplice strumento di ascolto” volto a scongiurare tagli drastici.