Era il 3 febbraio 2016 quando il corpo del ricercatore Giulio Regeni fu ritrovato, nudo dalla cintola in giù, con evidenti segni di torture inflitte, in seguito alla sua scomparsa, avvenuta al Cairo il 25 gennaio. Quasi dieci anni dopo, la vicenda del rapimento, dell’omicidio e dei tradimenti subiti dal dottorando italiano viene ricostruita dal docufilm “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, del regista Simone Manetti. Scritto da Emanuele Cava e Matteo Billi e prodotto da Ganesh Produzioni con Fandango, in collaborazione con Sky, sarà proiettato nei cinema italiani, come evento speciale, dal 2 al 4 febbraio.
“Tutto il male del mondo”

Le anteprime partiranno dal 25 gennaio, anniversario del suo sequestro: una di queste avrà luogo proprio a Fiumicello Villa Vicentina, paese di residenza del ragazzo. Seguiranno poi Milano, Roma, Bologna e Genova. Ricomponendo le fasi del processo e le deposizioni dei vari testimoni, il documentario fa luce sull’occultamento e l’inquinamento delle prove che per dieci anni hanno rallentato e ostacolato le indagini. Una storia di bugie, piste false e depistaggi, che ha coinvolto il regime egiziano di Abdel Fatah al-Sisi e tutte le sue articolazioni: dalla politica, agli apparati di sicurezza, fino alla magistratura e all’informazione stessa.
Giulio Regeni
Nato a Trieste il 15 gennaio 1988 e cresciuto in una famiglia dedita ai viaggi, Giulio Regeni, dopo aver frequentato l’università americana, diventa dottorando a Cambridge nel 2014. Un anno dopo, a 27 anni, si trasferisce al Cairo per un progetto di ricerca sui sindacati egiziani. Progetto che non tarda a trasformarsi in una tragedia a e rivelare gli oscuri meccanismi di controllo e repressione della dittatura militare del Paese. A lanciare l’allarme, quella stessa sera del 25 gennaio 2016, fu il professore che aveva fissato l’appuntamento a cui il ricercatore non arrivò mai.
La vicenda
L’ambasciatore italiano nel Paese, informato, contattò i servizi segreti italiani perché chiedessero notizie a quelli egiziani. Avrebbero dichiarato di non saperne nulla. Non era vero. Si scoprì poco dopo: era stato proprio il sistema di sicurezza del Cairo a rapire Regeni, sorvegliato da tempo per via delle sue scomode ricerche. Dopo il ritrovamento del cadavere, le parole d’ordine furono sempre le stesse: depistaggio e disinformazione. Una serie di storie inventate, relative a festini e prostituzione, e avvistamenti da parte di finti testimoni costituirono l’ennesimo tradimento inflitto al giovane già morto. Poi quel video, risalente al 7 gennaio, registrato di nascosto: in un mercato del Cairo, Giulio Regeni fu adescato dal sindacalista dei venditori ambulanti Mohamed Abdallah, che gli chiese soldi in cambio di manovre antiregime mai richieste dal friulano.
L’uomo era infatti stato assoldato dalla Sicurezza nazionale proprio per incastrarlo. Cercando di far apparire Regeni come un agente provocatore, Abdallah finse di aver bisogno di soldi e domandò al ricercatore quelli stanziati per la sua borsa di studio: «Se tu me li fai avere posso convincere i venditori a scendere in piazza il 25 gennaio per chiedere libertà e democrazia». Ha addosso un registratore della National security. Regeni ribadisce la sua onestà: non ha la disponibilità di quei fondi e non è interessato a certe manovre.
I depistaggi
Fu l’ultima volta che i due avranno a che fare: Regeni, pochi giorni dopo, sarà rapito e ucciso. I servizi trasmessi dalle tv locali saranno parte del piano di manipolazione e menzogne diffuse per nascondere la verità. Un testimone parlerà di una litigata fra due uomini in strada, la vigilia della sparizione del ragazzo. Secondo le sue parole, uno dei due «era Regeni, l’ho riconosciuto dalle foto di Facebook». Dichiarazione falsa. Scoperta l’inattendibilità delle varie versioni, il governo optò per un’altra strategia: lo sterminio da parte della polizia di una presunta banda criminale, fatta apparire colpevole della vicenda. Tanto da far trovare i documenti e gli effetti personali di Giulio proprio nella casa di uno dei banditi. «Speriamo che questo soddisfi la parte italiana, così da chiudere definitamente questo dossier in modo chiaro» commentava un presentatore egiziano.
La risposta italiana
I nostri investigatori, però, erano ben lontani dall’essere soddisfatti e non tardarono a smontare anche questa pista, causando forti tensioni diplomatiche e l’irritazione del governo. L’ambasciatore Maurizio Massari fu così richiamato a Roma dall’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Tuttavia, anche il nostro Paese si rivelò alla lunga incapace di mantenere una posizione di fermezza. Infatti, le richieste di collaborazione, dirette dai vari governi al Cairo e a una magistratura che rifiutava ogni collaborazione con quella italiana, furono ben presto sostituite da una progressiva normalizzazione dei rapporti commerciali e politici con l’Egitto, in nome degli affari.
La forza di una famiglia

Nonostante ciò, qualcuno non si arrese mai: i genitori della vittima, Claudio Regeni e Paola Deffendi, insieme a Alessandra Ballerini, l’avvocato che li affiancò nella lunga battaglia legale, continuarono incessantemente a chiedere verità e giustizia, sfidando il regime di al Sisi. Grazie a loro, nel 2020 quattro ufficiali 007 egiziani saranno rinviati a giudizio: si tratta di Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato. La sentenza è attesa entro la fine del 2026.
Il film
Tutto questo e molto altro ancora costituiscono l’ossatura del documentario di 96 minuti “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”. Un titolo non casuale: sono le parole pronunciate dalla madre, in riferimento a una vicenda in cui continuano a emergere responsabilità, omissioni e verità negate. Il racconto non è un film di inchiesta né un true crime. È un percorso attraversato dal punto di vista più intimo possibile al ricercatore italiano. Infatti, le voci narranti sono esclusivamente quelle di coloro che hanno potuto vivere questa vicenda direttamente, sulla propria pelle. Le testimonianze dei genitori, alternate a quelle degli avvocati, non fungono però da mero commento emotivo: contribuiscono a chiarire con oggettività un percorso giudiziario ancora in corso e le difficoltà incontrate. Il film non procede a ondate, scorre in maniera lenta e costante, aggiungendo un livello ad ogni sequenza.
Resilienza familiare
È la storia di una famiglia contro tutti, che ha dato origine a una mobilitazione spontanea e contagiosa, con un’unica parola d’ordine: “Verità per Giulio Regeni”. Una storia privata che si intreccia progressivamente con una dimensione più ampia, pubblica e geopolitica. Il film non mostra solo un esempio di forza familiare: è un romanzo di formazione di un giovane cresciuto fidandosi del mondo come luogo aperto, di rispetto e tolleranza, tradito da un Paese che, oltre che oggetto dei suoi studi, era diventato una seconda casa.
Queste le parole dei genitori: «Confidiamo che la diffusione di questo documentario possa far comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di “tutto il male del mondo” che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo». Tutto il male del mondo, ora come in tutti questi dieci lunghi anni.
A cura di Lucrezia Aprili