L’ufficializzazione delle date per il referendum costituzionale sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo 2026, ha riacceso il dibattito politico e sociale sulla partecipazione democratica. Se da un lato il Governo ha confermato l’estensione del voto anche alla giornata di lunedì per favorire l’affluenza, dall’altro l’incognita delle procedure per i fuorisede dal recente Decreto Legge ha sollevato alcune critiche da parte delle organizzazioni civili, che temono un ritorno al passato per milioni di elettori.
L’allarme di The Good Lobby: “Una svista inaccettabile”

Il Direttore di The Good Lobby, Federico Anghelé, ha espresso profonda preoccupazione per il contenuto del Decreto Elezioni 2026 (DL 196/2025). Nonostante la sperimentazione positiva avvenuta durante le elezioni europee e alcuni referendum precedenti (che avevano visto circa 67.000 ammessi al voto fuori sede), l’attuale provvedimento sembra aver “dimenticato” di rendere strutturale questo diritto. “Ci sorprende che non risulti più prevista l’estensione del diritto di voto ai cittadini fuorisede. Immaginiamo si tratti di una svista e chiediamo un intervento immediato per porre rimedio a questa mancanza,” ha dichiarato Anghelé.
“L’Italia rimane infatti uno degli ultimi Paesi europei, insieme a Malta e Cipro, a non disporre di strumenti permanenti per permettere a studenti, lavoratori e persone in cura lontano dalla propria residenza di votare nel comune di domicilio, costringendoli a costose e faticose trasferte”.
La proposta di legge popolare: digitalizzazione e seggi diffusi
Mentre il Governo temporeggia, la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha iniziato l’esame della proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta da oltre 50mila firme promossa da The Good Lobby, Will Media e i comitati “Io Voto Fuori Sede”. Questa iniziativa punta a coinvolgere una platea potenziale di circa 5 milioni di elettori attraverso un sistema basato sull’identità digitale. Secondo il testo, il cittadino dovrebbe presentare domanda tramite SPID o CIE almeno 35 giorni prima del voto, certificando la propria condizione con documenti come contratti di lavoro o iscrizioni universitarie o prestazioni mediche. La vera innovazione risiederebbe nell’allestimento di seggi speciali degli uffici postali, un modello che richiederebbe un investimento di circa un milione di euro ma che risolverebbe il problema logistico per milioni di persone.
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Logistica e costi: il peso economico sull’elettore
Il dibattito si è acceso rapidamente sui social media, dove molti utenti sottolineano l’aspetto economico della questione. Con il referendum fissato a ridosso delle festività pasquali (la Paqua è prevista per il 5 aprile 2026), molti cittadini si troverebbero a dover scegliere tra rientrare a casa per votare o per passare le vacanze con la famiglia e nel caso di entrambi trovando raddoppiati i costi di trasporto.
Sebbene per scorse elezioni regionali siano spesso previsti sconti legate ai mezzi di traporto, questi non coprono mai l’intero esborso e non risolvono il problema della perdita di giorni lavorativi o di studio. La possibilità dell’astensionismo involontario rischia di fari strada senza una legge chiara sul voto a distanza, il rischio è che una fetta consistente di giovani e professionisti scelga minando la rappresentatività della consultazione stessa.