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Il 25 febbraio è iniziato il processo, davanti alla Corte di Assise di Alessandria, ai brigatisti rossi Lauro Azzolini (82), Renato Curcio (84) e Mario Moretti (79) per la scontro a fuoco di Cascina Spiotta, il 5 giugno 1975, in cui persero la vita l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista e moglie di Curcio, Mara Cagol.
Dopo tre anni di indagini del Ros di Torino, il Pm Emilio Gatti ha accusato Lauro Azzolini di essere il killer del carabiniere. Sarebbero sue le impronte digitali sulla relazione che un brigatista, finora anonimo, scrisse per i suoi capi sullo scontro a fuoco nella cascina. L’imputato, quattro ergastoli alle spalle e difeso dal legale Davide Steccanella, così come Curcio e Moretti, non si è presentato alla prima udienza.
I fatti di Cascina Spiotta
Il 4 giugno 1975, un commando delle Br guidato da due dei suoi fondatori, Curcio e la moglie Margherita Cagol, detta Mara, si nasconde in una cascina vicino ad Acqui Terme, Cascina Spiotta, dopo aver rapito l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, all’epoca 42enne.
I carabinieri, alla ricerca del sequestrato, ispezionano la Cascina e scoprono casualmente il covo del gruppo terroristico. Scoppia un conflitto a fuoco, in cui muoiono Mara Cagol e l’appuntato Giovani D’Alfonso, 45 anni e tre figli. Nella confusione, un brigatista anonimo e Curcio riescono a fuggire.
Un anno dopo, il 18 gennaio del 1976, le autorità scoprono, ancora una volta per caso, il covo brigatista di Renato Curcio in Via Maderno 5, in zona Ticinese. Una casa elegante, rinascimentale. Scoppia un conflitto a fuoco, Curcio viene ferito a una spalla per poi venire arrestato. Dentro il covo, appunti, dossier, analisi e una relazione dettagliata del conflitto a fuoco della Spiotta, redatta da un brigatista anonimo, con tanto di un disegno che racconta la dinamica.
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Le impronte digitali e gli elementi contro Azzolini
Oggi, a cinquant’anni di distanza, su quei fogli anonimi vengono trovate le impronte digitali di Lauro Azzolini. È stato uno dei figli di D’Alfonso, Bruno, a presentare un esposto alla Dda di Torino, suggerendo l’analisi di quella relazione.
Dallo studio dei Ris sono emerse diciotto impronte digitali, di cui undici proprio di Azzolini. Una prova di colpevolezza per il Pm: Sarebbe lui l’uomo presente alla Spiotta che riuscì a fuggire che compilò un’analisi della sparatoria.
Il secondo elemento agli atti è un’intercettazione nelle mani degli inquirenti: ««La Mara c’aveva il mitra… siamo ritornati ancora là… io ero dentro la macchina… lei è stata ferita a un braccio… io cado e nella botta ho perso la pistola…», dice Azzolini nell’audio.
Terzo e ultimo elemento, una testimonianza anonima di un amico dell’imputato che ha confessato ai magistrati che Azzolini faceva parte del gruppo che sequestrò Gancia aggiungendo che non partecipò alla sparatoria ma che era nascosto in un fossato.