Giovani e fake news: l’indagine di MasterX

Negli ultimi anni il fenomeno delle fake news ha assunto dimensioni preoccupanti, soprattutto tra i giovani. Un sondaggio condotto da MasterX su un campione di 252 studenti universitari di Milano mostra chiaramente come la disinformazione sia un problema radicato, nonostante le nuove generazioni si dichiarino spesso più consapevoli rispetto agli adulti. I quesiti sottoposti spaziano dai miti urbani alla politica internazionale, con l’obiettivo di suscitare una riflessione su ciò che si legge e condivide online.

Tra le affermazioni sottoposte ai partecipanti, una delle più discusse riguardava il presunto maggior numero di furti denunciati a Milano rispetto a Napoli. Nonostante questa narrativa venga spesso alimentata da stereotipi geografici e culturali, ben 217 intervistati (circa l’86%) hanno correttamente identificato questa affermazione come vera.

Un altro tema di grande rilevanza trattato è stato quello delle vaccinazioni, con l’affermazione “I vaccini possono causare l’autismo”. Anche in questo caso, 210 partecipanti (circa l’83%) hanno risposto correttamente, etichettandola come falsa. Un risultato positivo che dimostra l’efficacia delle campagne di sensibilizzazione degli ultimi anni. Tuttavia, il fatto che 42 rispondenti (circa il 17%) continuino a credere a questa affermazione sottolinea quanto sia ancora necessario lavorare per combattere la disinformazione scientifica.

Secondo Silvia Brasca, caporedattrice del Tg La7 e docente di “Fact Checking e Fake News” al Master di Giornalismo dell’Università Iulm di Milano, questi dati riflettono un quadro complesso: non sempre è mancanza di informazione, ma talvolta è il fascino della teoria complottista a prevalere.

Immagini forti, convinzioni fragili

Una delle immagini più potenti del sondaggio riguarda la cosiddetta “isola di plastica” nell’Oceano Pacifico, misurata come tre volte la Francia. L’83% dei partecipanti accetta questa notizia come vera, nonostante le uniche immagini siano delle ricostruzioni grafiche o foto di altri accumuli di plastiche. Questo perché non è un’isola compatta e la maggior parte della plastica è presente nell’area sotto forma di microplastiche con una densità di 100 kg/km².

In particolare, secondo The Ocean CleanUp, la massa di rifiuti del GPGP (Great Pacific Garbage Patch) corrisponde all’incirca a 100 mila tonnellate, che equivalgono a 2 miliardi di flaconi di detersivo vuoti (assumendo un peso medio di 50 grammi per flacone). Considerando che la densità della plastica non è uniforme, in un km² al centro dell’isola troveremmo 2000 flaconi, mentre ai margini meno di 200. Per rendere il concetto ancora più chiaro, è utile fare un confronto: per disporre tutti i flaconi di plastica presenti nell’isola del Pacifico, servirebbero circa 280 milioni di campi da calcio a 11.

Colpisce, quindi, come un’immagine così forte diventi facilmente credibile.  Secondo Brasca, emerge la grande sensibilità per i temi ambientali sviluppata dalle nuove generazioni, anche grazie ai social media, terreno fertile per messaggi visivamente impattanti.

Social, un luogo dove dilaga il pettegolezzo

Proprio i social, come Instagram, TikTok e Facebook, risultano le fonti di informazione più utilizzate dagli studenti. In particolare, il 70% del campione milanese vanta un uso consapevole dei social e si dice «capace di riconoscere una fake news», nonostante la realtà mostri una netta contraddizione. In merito, Silvia Brasca afferma che «anche una maggiore competenza digitale non mette al riparo dalla diffusione delle fake news».

Questo paradosso è spesso causato dall’eccessiva fiducia dei giovani nell’uso di Internet che talvolta rende meno attenti. Un aspetto che trova riscontro anche nella nuova indagine Alfabetizzazione digitale & Fake News, realizzata da Ipsos con il contributo di Fondazione Cariplo.

È sulla vita privata delle persone, specialmente dei personaggi pubblici, che la situazione si fa più delicata. Come dimostrato di recente con il caso Ferragnez, i dettagli scottanti sulla vita privata delle celebrity attirano l’attenzione oltre l’immaginabile. E anche quando queste notizie non sono verificate, dilagano sul web con estrema facilità. Click dopo click, vengono condivise, lette e ritenute vere perché nutrono la curiosità del lettore.

Ripercorrendo questo schema, MasterX ha domandato se fosse vero o falso che la pugile algerina Imane Khelif, fosse transgender. Oltre il 20% degli studenti ha sbagliato, rispondendo “vero”. Secondo Silvia Brasca questo errore rivela una duplice realtà. Innanzitutto, può evidenziare un’informazione superficiale sulle tematiche lgbtq+, ma può anche essere il riflesso di un mondo social in cui il sensazionalismo spesso prevale sulla verità. In questo 20%, secondo Brasca, troviamo non solo una vulnerabilità, ma anche il peso di pregiudizi che i social amplificano anziché dissipare.

Il fascino oscuro delle teorie del complotto

Anche Greta Thunberg finisce nella rete del sospetto. Il 17% crede all’affermazione che la giovane attivista svedese sia finanziata dal miliardario George Soros, emblema delle teorie complottiste che prosperano nell’ombra del web. Alcuni ammettono di aver azzardato una risposta, per non dimostrarsi ignoranti sul tema.

Ciononostante, il dato racconta la sfiducia nei confronti delle figure pubbliche, la voglia di risposte semplici a problemi complessi e, soprattutto, la capacità delle teorie del complotto di offrire spiegazioni affascinanti. In merito, Giovanni Boccia Artieri, sociologo e docente di Comunicazione Digitale, spiega il concetto di post-verità, in cui la percezione soggettiva diventa più rilevante della realtà oggettiva: «Le persone tendono a credere a ciò che conferma le loro emozioni e convinzioni, anche quando i fatti dimostrano il contrario».

Infine, l’11% crede alla pericolosa narrazione che in Ucraina i nazisti siano al governo. Sebbene sia la percentuale più bassa del sondaggio, questo dato preoccupa perché svela quanto la propaganda politica possa ancora permeare, rendendo il conflitto lontano più nebuloso e manipolabile.

Quanto interessa davvero essere informati?

Qui si intrecciano luci e ombre: i social sono una fonte immediata, ma anche il principale veicolo delle fake news, dove notizie vere, mezze verità e menzogne convivono, confondendo le acque. In questo caos informativo, la maggioranza (56%) dichiara di attribuire grande importanza all’informazione, ma c’è anche chi (6%) ammette il proprio disinteresse, esponendosi maggiormente al rischio di manipolazione. Dietro ogni percentuale c’è una narrazione umana: il desiderio di certezze, il bisogno di appartenenza a un gruppo, il fascino dell’intrigo, ma anche la ricerca sincera di verità.

Nonostante ci sia un buon livello di consapevolezza tra i giovani, però, il problema delle fake news è tutt’altro che superato. Anzi, risulta evidente come sia necessario un intervento educativo mirato nelle scuole e nelle famiglie, ma anche un impegno diretto da parte delle piattaforme social, che restano le principali porte d’ingresso per la disinformazione.

La satira e il confine con la disinformazione 

Ma esiste una differenza tra satira e fake news? Non tutto ciò che è falso ha lo scopo di ingannare, e un caso emblematico è quello di Lercio, la celebre testata satirica italiana che gioca con le notizie per evidenziarne l’assurdità. Gianni Zoccheddu, giornalista della redazione, spiega che «Lercio si inserisce in una tradizione di satira che ha uno scopo nobile: attaccare il potere e smascherarne le ipocrisie. Il problema è che, in un contesto di informazione sempre più veloce e superficiale, alcuni lettori prendono le nostre notizie per vere».

Non tutte le fake news nascono con intenti malevoli. Ermes Maiolica, noto come il “re delle bufale“, racconta il suo percorso di creatore di fake news: «All’inizio volevo solo dimostrare quanto fosse facile ingannare il pubblico. Ho iniziato creando notizie palesemente false, convinto che nessuno ci sarebbe cascato, ma mi sbagliavo. Le mie bufale venivano prese sul serio, tanto da essere riprese persino da siti ufficiali».

Ma le fake news non si limitano più ai soli contenuti scritti: oggi l’intelligenza artificiale permette di creare immagini, video e testi in modo sempre più sofisticato. Guido Di Fraia, esperto di innovazione e direttore dello IULM AI Lab, avverte: «L’IA generativa sta rivoluzionando la produzione e la diffusione di fake news. I contenuti generati artificialmente sono sempre più realistici e difficili da distinguere dalla realtà».

Il fact-checking come strumento di difesa 

Di fronte alla diffusione delle fake news, il fact-checking diventa uno strumento essenziale per aiutare le persone a distinguere tra vero e falso. Giovanni Zagni, direttore di Pagella Politica e Facta, sottolinea che la verifica delle informazioni ha una doppia funzione: «Da un lato, permette di identificare e correggere notizie false già circolanti, grazie alle segnalazioni degli utenti e alla verifica con fonti affidabili; dall’altro, aiuta a costruire una cultura dell’informazione più solida, insegnando alle persone a riconoscere segnali di disinformazione».

Tuttavia l’efficacia del fact-checking ormai è messa in discussione dai continui cambiamenti nelle politiche delle piattaforme digitali. David Puente, giornalista e fact-checker di Open, critica la decisione di Meta: «Il problema è che la vera censura non è operata dai fact-checkers, ma dagli algoritmi stessi. Sono loro a decidere cosa diventa virale e cosa scompare dai feed degli utenti».

Cosimo Mazzotta

LAUREATO IN GIURISPRUDENZA ALL'UNIVERSITA' DEL SALENTO CON UN ANNO DI STUDI IN SPAGNA PER APPROFONDIRE LE TEMATICHE DI DIRITTO INTERNAZIONALE. MI INTERESSO DI CRONACA, POLITICA INTERNA E SPETTACOLO. MI PIACE IL DIALOGO IN OGNI SUA FORMA. SFOGO IL MIO SPIRITO CRITICO ATTRAVERSO LA PAROLA E IL DISEGNO.

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