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In un mondo sempre più digitale, Giovanni Boccia Artieri, professore ordinario all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, pone grande attenzione alla digitalizzazione e alle culture partecipative civiche e politiche. Nel suo corso di “Sociologia della Comunicazione e dei media digitali” si occupa di analizzare i processi di mediatizzazione, parlando di una “deriva tecnologica” in cui le fake news dilagano.
Professore, perché le fake news si diffondono facilmente sui social?
Le fake news sono degli oggetti comunicativi che, da sempre, si diffondono facilmente, attraverso dinamiche tipiche del passa parola. L’online ha la capacità di unire velocità e massa di persone, rendendo la comunicazione molto più penetrante. Infatti, una fake news ha un impatto di massa e colpisce un target molto largo e generalista.
Perché sono pericolose le fake news?
La loro pericolosità dipende dal fatto che arrivino molto più vicino alle persone nei contesti quotidiani in cui si trovano. Ad esempio, se scrollando il feed di Instagram, vedi un contenuto condiviso da qualcuno che conosci, in termini di affidabilità, quel contenuto per te è credibile.
Come i social hanno modificato questi fenomeno?
I social media riescono a unire la classificazione delle news con dei target molto più mirati e specifici, e anche in maniera molto più personalizzata. Permettono di creare delle varianti delle news che arrivano a target molto più specifici con una velocità superiore. Anche a livello worldwide, di massa, perché non hanno confini da questo punto di vista. Questo è particolarmente interessante, perché si lavora su persone che sono più radicate su quel tipo di news.
Cos’è cambiato rispetto al passato?
Non è che prima non ci fossero notizie false, ma oggi, grazie all’online risultano molto più veloci e iper targettizzate. E poi, con la possibilità dell’applicazione dell’intelligenza artificiale, aumenta la facilità di veicolare un messaggio multilingua o di customizzare il messaggio fino all’estremo. In più, le fake news che vengono prodotte oggi si confrontano con gli algoritmi, che permettono alla notizia di raggiungere le persone che hanno un interesse per quel contenuto.
Meta ha eliminato il fact-cheking, avvicinandosi al modello di X. Tra il modello precedente e quello appena introdotto, quale garantisce la migliore libertà di espressione sui social?
Dipende da cosa intendiamo con la libertà di espressione, perché, dietro certe libertà di espressione, possono essere spinte anche delle forme di libertà illiberali. Cioè la libertà di insultare gli altri. È quello che, in qualche maniera, adesso viene lasciato agli utenti: decidere qual è il campo di tolleranza.
Tra i due modelli, quindi, qual è il più efficace?
Sono entrambi modelli fallimentari. Il fact checking non ha un livello di efficacia rilevante. È come se si volesse inseguire l’onda per cercare di smontarla, ma più lo si fa, più l’onda diventa forte. A ogni modo, è efficace dal punto di vista culturale. È come dire che sappiamo che c’è un problema e cerchiamo di affrontarlo con la community. Si interiorizza il concetto culturale che la verità dipende dal tuo punto di vista. Questo vuol dire che la mia verità e la tua verità possono essere diverse. Quindi, ognuno fa come vuole e ci si trova in un regime di post-verità.
Cosa sono le post-verità?
Quando si parla di post-verità si dice che la verità ha tante sfaccettature e ognuno può scegliere come guardarla. È una verità alternativa. Significa dare più affidabilità, credibilità alla pancia rispetto alla testa, cioè alle emozioni, a quello in cui credo rispetto al fatto oggettivo. Come a dire: anche se il fatto non è vero, io ci credo lo stesso. È come se non esistessero delle verità storiche. La community è chiamata a dire quanto tollerano le cose, ciò che è giusto o no, producendo consenso sul fatto. Invece, il fact-checking serve a dare valore a fatti che esistono, che sono oggettivi e incontrovertibili.
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Eliminando il fact-checking si andrà incontro a un fenomeno di disintermediazione delle informazioni. A quali sono effetti si andrà incontro?
Innanzitutto non è che non ci sarà più il fact checking o che questo sparirà dal mondo dell’informazione. Non lo faranno più le piattaforme. Ma lo faranno altri, a partire dalle agenzie che si occupano di fact checking fino alla community. Ma soprattutto le fake news sono sempre esistite, il problema non nasce oggi. Adesso non è molto diverso da prima. Semplicemente stiamo creando un ambiente più favorevole per la loro circolazione.
Perché nonostante le smentite, la fake news circolano lo stesso?
Perché le nostre convinzioni sono più forti. Tendiamo sempre a credere a ciò a cui già crediamo. Il debunking e il fact checking servono a livello culturale a mettere un filtro, ma non bastano a rendere sano l’ambiente e a fermare la circolazione delle fake news. Ma attenzione, il fatto che il fact checking non sia efficace a livello pratico non giustifica la sua eliminazione. La cultura del debunking per il contrasto alle fake new è importantissima per affrontare l’ambiente digitale che è sempre più complesso e per cercare di renderlo sano.
In questo nuovo contesto politico, sociale e culturale, qual è il rischio che si corre?
Il rischio è che ci sia sempre meno attenzione agli ambienti informativi non polarizzati. Servono spazi di scambio di informazioni, non di opinioni. E per questo bisogna salvaguardare la distinzione tra “il fatto” e “l’opinione sul fatto”.
Come vede la situazione? Secondo lei sarà possibile sopravvivere alle fake news?
Siamo sopravvissuti fino ad adesso e abbiamo sempre affrontato un mondo di falsità. Oggi però si parla tanto di comunicazione e di informazione. Se saremo consapevoli che il fenomeno della manipolazione delle informazioni esiste, saremo anche in grado di affrontarlo. Potremo così far fronte ad un ambiente digitale sempre più complesso. Dovremo imparare a coltivare il dubbio informandoci in maniera più aperta.
Crede che le persone impareranno a coltivare il dubbio verso le notizie che leggono?
Ci saranno sicuramente tipologie di persone diverse che si comporteranno in maniera diversa. E bisogna tenere presente che non per tutti è così importante crearsi un’opinione a partire dai fatti concreti. Per tanti è più comodo usare dei mediatori: amici, familiari, opinion leader, influencer. Dovremmo però essere aperti alle informazioni mantenendo una pluralità di fonti senza chiuderci in ghetti informativi.