A Milano il calcio diventa inclusivo: Bə Team la prima squadra italiana formata da persone trans

«Ogni volta, prima della partita, facciamo un cerchio dove ognuno dice il suo nome e il suo pronome» racconta Elia, alias Botticchio. È uno degli atleti del Team, la prima squadra italiana di calcio a cinque composta interamente da persone transgender. «È un momento importante, perché spieghiamo gli avversari qual è l’obiettivo dell’esistenza della nostra squadra. E loro ci fanno delle domande – aggiunge – Lì, con il calcio, si apre una finestra per il dialogo».

L’origine del Bə Team

Accogliente, fresco e capiente. Sono queste le tre parole che meglio descrivono il Bə Team, una squadra nata per sensibilizzare sul tema dell’inclusione e dell’identità di genere. Ma, soprattutto, per permettere a tutti di giocare a calcio. Il gruppo è composto da atleti tra i 17 e i 30 anni, uomini, donne e persone non binarie la cui identità di genere non corrisponde al sesso assegnato alla nascita. Il nome stesso è un gioco di parole che richiama l’idea di essere team: stare uniti, sostenersi e lavorare insieme verso un obiettivo comune, che va ben oltre i 90 minuti di una partita. A partire dal titolo con la schwa, una “e” rovesciata che diventa simbolo e messaggio: uno strumento linguistico che rafforza la vocazione del progetto e invita a riflettere su un linguaggio neutro che rappresenta tutti.

Gli atleti che compongono il Bə Team

«Il progetto è nato nel 2023 da una provocazione» racconta Davide Bombini, il presidente di Open Milano Calcio, l’associazione sportiva fondata nel 2019 da sempre attenta alle tematiche della comunità lgbtqia+. E spiega: «Un giorno siamo andati a una conferenza e dal pubblico ci è stato chiesto: “ma voi come siete messi con la questione delle persone transgender? Era la domanda giusta». Da lì è nata l’idea del progetto che ha preso forma grazie al supporto di Acet, un’associazione impegnata nella promozione della cultura e dell’etica transgender per ottenere maggiori tutele per chi sceglie di cambiare la propria identità di genere, anche attraverso riforme legali. All’inizio doveva solo essere una partita tranquilla, tra amici, ma poi le iscrizioni sono aumentate sempre più, fino a oggi che Bə Team compie tre anni.

Essere una squadra anche fuori dal campo

«È il terzo anno che faccio parte della squadra» dice Elias, il cui nome in campo è Spy. «Oggi sento che è uno spazio sicuro in cui posso essere me stesso senza pressioni e senza pensare a quali pronomi mi danno gli altri. Posso abbassare le difese che mi creo quando sono fuori del campo perché, spesso, sono l’unica persona transgender nel gruppo». La forza del Bə Team risiede proprio nello spirito di squadra, come racconta Alba, l’altra veterana: «Lo sport c’è sempre stato nella mia vita, anche se in maniera negativa. Qui, invece, si crea un ambiente positivo, perché oltre a giocare a calcio in modo costruttivo, abbiamo l’occasione di socializzare e divertirci». E non si prova disagio entrando in spogliatoio: «Non hai paura di cambiarti perché sai che le altre persone sono come te o lo sono state, quindi non ti fai problemi» chiarisce Elias.

 

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Nel rettangolo verde, tra un passaggio e l’altro, si creano legami forti. «Non ho mai avuto grandi interazioni con persone trans» dice Luca, il più piccolo del Team «trovarle tutte in una squadra di calcio e giocarci assieme è un modo per sentirmi me stesso. Poi, qui ho conosciuto persone più grandi di me che, magari anche inconsapevolmente, mi hanno aiutato e sono state una guida». E proprio su questo punto interviene Enea: «Prima, quando avevo un problema, mi rivolgevo a qualcuno del team, perché sapevo che mi avrebbe aiutato. Ora sono contento che gli altri si rivolgano a me».

Le difficoltà di uno sport ancora poco inclusivo

«Di difficoltà ne abbiamo incontrate tantissime» afferma il presidente Davide «un po’ come in tutte le realtà sportive, in verità: dagli spazi alle attrezzature. A queste poi si aggiungono quelle più specifiche». La prima riguarda l’abbigliamento: «Abbiamo notato che per alcune persone, alcuni corpi, il vestiario standard non andava bene. Accentuava troppe cose, nascondeva troppe cose» spiega Bombini. Ma ancora oggi trovare ununiforme che soddisfi tutti è complesso. La più grande difficoltà resta individuare un campionato inclusivo. «Abbiamo cercato a lungo, ma non ne abbiamo trovato uno che ci accogliesse. E allora lo abbiamo fatto noi». Così è nato il New Fivə. Anche questo scritto con la schwa «per stuzzicare e far riflettere». Si tratta di un torneo di calcio a cinque rivolto alle squadre sensibili alle tematiche di genere. Ed è cooprogettato con Uisp, l’ente di promozione sportiva tra i primi ad aver introdotto la carriera alias. 

Bə Team, la prima squadra italiana di calcio a cinque formata da persone transgender

Un aspetto su cui il gruppo è molto attento è il linguaggio: «Da fuori sembra una cosa quasi pignola, però, quando lo vivi ne capisci davvero l’importanza. Io sono nel momento in cui tu rispetti i miei pronomi, quando tu sbagli è come se andassi a ledere la mia identità e fa malissimo» spiega Elias. «Spesso il linguaggio è troppo chiuso e tende a sottolineare una diversità, anche se so che in realtà sono come tutti gli altri» dichiara Elia. Ed è proprio per questo che ogni volta, prima della partita, si crea un cerchio dove ognuno dice il suo nome e il suo pronome.

Gli altri progetti di Open Milano Calcio

Oltre a Bə Team Open Milano Calcio ospita altre due squadre: New Team e Cantera, dove non esiste alcuna divisione o restrizione. La prima ha un’impostazione più competitiva. «L’obiettivo è crescere, consolidarsi nel calcio a cinque e arrivare a giocare livelli più alti possibili» racconta Davide. Per questo la gestione sportiva è più strutturata: le partite vengono lette tatticamente, i cambi sono mirati al risultato e l’organizzazione è orientata alla performance. Diversa è invece Cantera, che rappresenta lo spazio più accessibile e sociale del progetto. È aperta a tutti, senza limiti di età, genere – infatti, ne fano parte due persone non binarie – o livello calcistico, perché come spiega Bombini «l’obiettivo è crescere insieme, sia dal punto di vista atletico sia umano».

Alcuni degli atleti dell’associazione Open Milano Calcio

Lo sguardo è già rivolto al futuro, perché i sogni nel cassetto sono molti. A partire dalla volontà di estendere il modello delle squadre di Open Milano Calcio in tutta Italia, coinvolgendo anche altri sport. In questa direzione si inserisce l’impegno dell’associazione all’interno di Pride Sport Milano, una rete che tutela il diritto allo sport a coloro che sono stati espulsi o che si sono ritirati dai circuiti sportivi a causa di discriminazioni. E al momento è in fase di sviluppo Open Milano Triathlon, il progetto che unisce nuoto, ciclismo e corsa «perché è giusto che le persone facciano lo sport che vogliono, in un ambiente sicuro dove vengano riconosciute, viste, ascoltate e rispettate. Anche se dovesse esserci un solo atleta iscritto, non importa: apriremo comunque la sezione triathlon» spiega il presidente dell’associazione.

E nel breve periodo c’è solo un obiettivo: «riuscire a fare risultati sportivi migliori – dice Davide Bombini – perché noi giochiamo a calcio, e qualche vittoria in più non mi dispiacerebbe».

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