Americani e coronavirus: vince la quantità nella sfida tra CNN e Fox News

La pandemia da coronavirus ha raggiunto anche gli Stati Uniti, che in poco tempo sono diventati il terzo Paese per numero di contagi, dietro l’Italia e la Cina. Il giornalismo americano, intanto, si è guardato allo specchio per capire come il suo sistema immunitario stia rispondendo all’emergenza.

La ricerca degli outlet informativi è strabica. Un occhio guarda sé stessi, l’altro alla concorrenza. Il rasoio di Occam di questa particolare epistemologia sono i numeri. Su 20 tra i post più condivisi dagli americani su Facebook riguardo il covid-19, solo due sono della Fox News, tutti gli altri della CNN. Il dato è stato rilevato dalla Columbia Journalism Review, il centro di ricerca della Scuola di Giornalismo dell’omonima università in presidio permanente sullo stato di salute del settore.

READER’S DIGEST

Il dato, tradotto, ci dice che gli utenti stanno premiando la quantità sulla qualità, e la tabella mostra come l’offerta informativa si sia adeguata al trend. Dall’inizio dell’emergenza da coronavirus, a Gennaio, la copertura della CNN è stata costantemente più alta della Fox, che ha corretto il tiro solo a Marzo. In alcuni giorni, in particolare, la proporzione di post Facebook che contenessero la parola chiave “coronavirus” ha raggiunto picchi dell’89% dell’offerta. Lo scontro al vertice avviene su un denominatore comune: la scelta di allargare a dismisura la bocca di fuoco sul topic.

Leggere quali dei 20 titoli citati sopra, in particolare, abbiano catturato l’interesse degli utenti ci da’ contestualmente una cartina tornasole di quale sia il comune sentire dell’America di fronte alla pandemia. «Paura e preoccupazione a Wuhan, epicentro dell’epidemia» è quello più letto; «Panico e paura mentre il coronavirus si diffonde nel mondo»; «La Casa Bianca invita al distanziamento e chiede di stare alla larga da bar e ristoranti».

I due soli post in classifica per Fox News annunciano: «Il presidente Donald J. Trump comunica alla nazione la linea di indirizzo contro il coronavirus» e «Il presidente destina parte del suo salario al Dipartimento della Salute per combattere il coronavirus».

IN THE RIGHT PLACE AT THE RIGHT TIME

Oltre un milione di americani, il 24 gennaio, ha “reagito” a un post Facebook della CNN in cui il cronista David Culver ha documentato, da Wuhan, il lockdown in risposta al dilagare dell’epidemia. Una testimonianza arrivata nello stesso giorno in cui lo Stato di Washington ha confermato il primo caso di contagio da coronavirus. La chiave di volta della competizione evolve, e diventa: non solo “quanto” spari, ma il “quando” può fare la differenza. A un risultato simile la Fox news ci si è avvicinata solo in occasione dell’annuncio dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, il cui post è stato condiviso 323.228 volte.

HEAVY TRAFFIC,  LOW INCOME

A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, l’epidemia e – ancor di più – la quarantena hanno fatto registrare un deciso aumento del traffico sui siti di quasi tutti gli outlet informativi statunitensi. Ma sarà oro tutto quel che luccica?

Innanzitutto, bisogna sperare che i server di Facebook reggano alla mole spropositata e inedita di traffico. Mike Zuckerberg non ci ha messo la mano sul fuoco. «Stiamo facendo tutto il possibile per mantenere le nostre app veloci, stabili e sicure», hanno fatto sapere da Menlo Park. Il rischio è che i server fondano.

Picchi particolarmente elevati come a Capodanno stanno diventando la norma, sottoponendo l’infrastruttura a uno sforzo intenso e prolungato. Il 12 Marzo, mentre Trump parlava dallo Studio Ovale, la NBA sospendeva la stagione e il Dow Jones calava a picco, «il traffico ha registrato non solo un aumento del 44%, ma ha contato 96 milioni di visitatori in più sulla media delle settimane precedenti», ha dichiarato Andrew Montalenti, co-fondatore di Parse.ly, software di analisi dei dati utilizzato dai maggiori outlet informativi.

Al netto del traffico in aumento, tuttavia, gli introiti pubblicitari hanno subito una contrazione. Il dato è del Nieman Lab, centro di ricerca sul giornalismo dell’università di Harvard, che ha evidenziato come molti marchi non vogliano essere associati al coronavirus e, piuttosto, preferiscano rimanere in attesa che la tempesta passi. Le grandi compagnie che stanno subendo vaste perdite a causa del lockdown forzato, per giunta, hanno ridotto – e di parecchio – gli investimenti in pubblicità.

L’analisi endemica del settore sta producendo, di questi giorni, un meta-racconto. Il giornalismo non racconta più solo i fatti, ma racconta anche sé stesso nella misura in cui diventa un fatto il modo in cui l’epidemia lo stia influenzando. Le disamine si sviluppano su questa e altre direttrici, sia orizzontali che verticali, che spaziano dalla libertà di stampa alla deontologia. Ma in quel caso, l’analisi è ancora dibattito.

Mariano Sisto

Laurea in Filosofia alla Federico II di Napoli, oggi giornalista praticante alla Scuola di giornalismo IULM-Mediaset. In passato ho scritto per l'agenzia di stampa "Nova" e per il quotidiano "il Roma". Attualmente collaboro con l'allegato mensile de "il Giornale", "Culturaidentità".

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