Shakespeare e informatica, la filologia ai tempi dell’IA

Di Shakespeare si è scritto molto, più di quanto lui stesso abbia fatto nella sua vita. Tra complottismo e ricerca accademica, la critica si è spesso concentrata sul mistero della paternità di alcune sue opere.

Il dubbio fu sollevato per la prima volta nel 1850, a seguito della pubblicazione di Chi ha scritto Enrico VIII?” ad opera di James Spedding. Nel suo saggio lo studioso inglese mise in evidenza le somiglianze stilistiche nella rappresentazione tra la penna di Shakespeare e del drammaturgo elisabettiano John Fletcher: fu proprio quest’ultimo a sostituire “il Bardo” nella compagnia teatrale dei King’s Men”, dopo la sua morte nel 1616.

FILOLOGIA E ALGORITMI

Nel corso degli anni il dibattito si è spostato su piani sempre più interdisciplinari, fino ad approdare in laboratorio. Oggi la domanda è: può l’intelligenza artificiale stabilire la dibattuta paternità dell’Enrico VIII? Se lo è chiesto – dando una risposta affermativa – Petr Plecháč, ricercatore dell’Accademia di Scienze di Praga e del dipartimento di matematica dell’Università del Delaware, negli Stati Uniti.

Rintracciando combinazioni di parole usate frequentemente e di impianti metrici, l’accademico ha calibrato un algoritmo su alcune scene dell’ultimo Shakespeare (quello del Coriolano, del Cimbelino, del Racconto d’Inverno) e altre di John Fletcher. Nell’algoritmo è stata inserita anche una selezione di scene tratte dai lavori di Philip Massinger, il sostituto di Fletcher nei King’s Men, altro candidato alla paternità dell’Enrico VIII.

Il risultato? Pare che Shakespeare sia l’autore delle prime due scene della rappresentazione, mentre Fletcher delle restanti quattro. Al Bardo sono attribuite tutte le scene successive fino alla terza del secondo atto, poi la penna passerebbe all’altro autore. Da qui in poi, Shakespeare sarebbe responsabile solo delle prime scene del quarto e quinto atto.

Il grafico elaborato dall’algoritmo di Plecháč.
IL PRECEDENTE

A tutt’altra conclusione arrivò una ricerca del 2000 condotta da un team di ingegneri informatici. Utilizzando un software chiamato “SERbrainware”, ideato per aiutare le aziende a catalogare e gestire la propria documentazione, i ricercatori hanno sancito che Shakespeare avrebbe scritto da solo l’Enrico VIII.

Opere come Macbeth, Riccardo III e Il Mercante di Venezia sono state date in pasto a un motore di ricerca intelligente, che imita il funzionamento del cervello umano tramite l’uso di algoritmi neurali: il software compara parole e sintassi, “imparando” a fare collegamenti. I testi sono poi stati confrontati con i lavori di alcuni contemporanei di Shakespeare quali Chirstopher Marlowe, Ben Jonson, Thomas Dekker e John Webster, oltre al già citato Fletcher. Stando al verdetto del software, Shakespeare sarebbe il solo e unico autore delle sue opere.

Che si attinga dalla ricerca umanistica o da quella scientifica, esistono argomentazioni a sostegno di una tesi e dell’altra. In molti hanno provato a sciogliere il dubbio, ora usando i numeri, ora le parole. Ma qualunque sia la verità, forse è un bene che resti avvolta nel mistero.

Le opere di Shakespeare appartengono realmente a lui? O a qualcun altro? Un dubbio amletico, degno dei drammi del suo protagonista.

«Essere o non essere? È questo il dilemma». La battuta del principe Amleto nella prima scena del terzo atto dell’Amleto è tra le frasi più celebri nella storia della letteratura.
Mariano Sisto

Laurea in Filosofia alla Federico II di Napoli, oggi giornalista praticante alla Scuola di giornalismo IULM-Mediaset. In passato ho coperto, per l'agenzia di stampa "Nova", il Consiglio regionale della Campania e i rapporti Istat. Per il quotidiano "Roma" ho monitorato le politiche nazionali per il Mezzogiorno. Attualmente collaboro con la rubrica "ilGiornaleOFF" de "il Giornale" e con il mensile allegato "Culturaidentità": scrivo approfondimenti culturali, racconto specificità regionali.

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