Jobs Act, una riforma buona ma insufficiente

“Abbiamo creato un milione di posti di lavoro”. Così diceva Matteo Renzi a Barbara d’Urso negli studi di ‘Domenica Live’ il 28 gennaio scorso rivendicando ancora una volta il risultato del suo governo e di quello guidato da Paolo Gentiloni sull’occupazione. D’altronde il Jobs Act (che non è un semplice inglesismo di ‘legge sul lavoro’, ma l’acronimo di ‘Jumpstart Our Business Startups Act”) è stato uno dei punti cardine della politica di Renzi, che pur di promuoverlo si è inimicato gran parte del Partito Democratico. Ma la riforma del mercato del lavoro ha davvero prodotto gli effetti sperati?

Per Jobs Act si intende una serie di provvedimenti emanati dal marzo 2014 al settembre 2015 e promuove una semplificazione della contrattualistica con l’introduzione del contratto a tutele crescenti e con l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Prendendo in considerazione i dati pubblicati dall’Istat, al momento dell’entrata in vigore nel marzo del 2015, il mercato del lavoro italiano era appena uscito da un anno, il 2014, con il tasso di disoccupazione quasi raddoppiato rispetto a quello del 2008, quando scoppiò la crisi economica: dal 6,8% al 12,7%, con 0,6 punti percentuali in più rispetto al 2013. La disoccupazione giovanile raggiungeva il 42,7%.

Per valutare quindi gli effetti del Jobs Act è necessario osservare i dati partendo dal 2015, quando la disoccupazione cala per la prima volta in sette anni, attestandosi al 11,9%, quasi un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Anche l’occupazione sale al 56,3%, in aumento dello 0,6%. Il trend positivo continua anche nel 2016 (disoccupazione all’11,7%, occupazione al 57,2%) e si conferma nel 2017, anno di cui però si hanno i dati ufficiali relativi solo ai primi tre trimestri. Tenendo buona la media delle tre rilevazioni, il tasso di disoccupazione è calato all’11,3%,, l’occupazione è cresciuta al 57,9%, toccando nel terzo trimestre il 58,1%, cifra record dal 2009.

Tralasciando la qualità dei contratti stipulati in questi anni, da dati presi in esame si può tranquillamente affermare che il Jobs Act ha prodotto degli effetti positivi sul mercato del lavoro, con la speranza che le cifre migliorino anche nei prossimi anni. Tuttavia l’ottimismo si attenua se si mette a confronto l’Italia con il resto d’Europa.

Nonostante il trend positivo degli ultimi anni, il nostro paese ha uno dei tassi di disoccupazione più alti del continente. Stando a una ricerca pubblicata dall’OECD (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo) e prendendo in considerazione solamente i paesi che hanno come moneta l’Euro, peggio dell’Italia fanno solo la Grecia (23,7%) e la Spagna (19,7%). In questa speciale classifica la Germania detta legge, con un tasso di disoccupazione al 4,2% (i dati si riferiscono al 2016).

Se è vero quindi che il Jobs Act ha prodotto dei buoni risultati fino a questo momento, traghettando il paese in attesa di una ripresa economica europea e globale, i problemi del mercato del lavoro italiano sono tutt’altro che risolti.

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