Tra arte e medicina, la vita delle cose perdute

Questa è la storia del medico chirurgo Giambattista Colucci, nato a Martina Franca (Ta) nel 1933. Medico e artista, come non ama definirsi, grazie a una serie di incontri che gli hanno cambiato la vita. Da Carpanetti, a Migneco sino a Manzoni e Scanavino, sono stati molti gli artisti che, conosciuti grazie alla sua professione, gli hanno fornito le chiavi per interpretare l’arte moderna del dopoguerra, con tutte le incognite che essa porta con sé.

La vera svolta della sua “passione artistica” giunge con la frequentazione, prima come medico, poi come fraterno amico, di Remo Bianco, grazie al quale conosce personalmente artisti del calibro di Giorgio de Chirico e Lucio Fontana. Tutto ciò che verrà dopo, la sua voglia di creare e di assemblare materiali di scarto di varia origine e natura, altro non sarà che il frutto di un genio nutrito dalle parole di Remo Bianco e dal bisogno impellente di curare cose perdute. Le sue composizioni visive infatti nascono dalla passione, dall’irrefrenabile esigenza interiore di rendere utile l’inutile, restituendo valore al senza valore.

Ciò che ha esaurito il proprio compito originario, nelle mani di Colucci riprende vita diventando oggetto da esibire, ammirare, studiare. Perché Colucci è sempre medico, anche quando toglie il camice.

Servizio di Corinne Corci

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