Il saluto militare della nazionale turca: quando calcio e politica
si incontrano

«Che la politica resti fuori dal calcio». Era il 2018, appena un anno fa, quando Vladimir Petkovic, allenatore della Svizzera pronunciava queste parole. Era l’anno dei Mondiali in Russia, quelli a cui l’Italia non ha partecipato, e la dichiarazione del tecnico si riferiva a un gesto fatto dai suoi stessi giocatori, Granit Xhaka e Xherdan Shaquiri, i quali, dopo i rispettivi gol, avevano mimato il gesto dell’aquila, a ricordare la bandiera albanese. Il tutto quando, di fronte alla nazionale elvetica della quale portavano i colori, c’era nientemeno che la Serbia. Albania, Serbia, la Bosnia del naturalizzato svizzero Petkovic, la famiglia di origine kosovara di Xhaka: un calderone di nazionalità che ai tempi della guerra dei Balcani sarebbe stato molto pericoloso.

La questione che anima ora tutto il mondo del calcio e della politica, sempre al grido di «che la politica resti fuori dallo sport, che dovrebbe unire e non dividere» e simili, è molto diversa. Sul piatto della bilancia ci sono turchi e curdi. Non sono passati vent’anni dagli attacchi, la guerra è ancora in corso. I bombardamenti, le vittime, il terrore, sono attuali. L’avanzata di Ankara pare essere inarrestabile e il sostegno aperto alla lotta armata delle forze turche da parte di alcuni giocatori in occasione della settimana delle qualificazioni a Euro 2020 ha scatenato una vera bufera. L’Uefa ha aperto persino un’indagine sul saluto militare dei nazionali turchi dopo il pareggio contro la Francia con l’accusa di “comportamento politico potenzialmente provocatorio“.

Ma facciamo un passo indietro. Il primo a scatenare una bufera social è stato Merih Demiral, difensore della Juventus, che su Twitter ha pubblicato un post in cui si vede l’immagine di un soldato con una bambina e sullo sfondo una camionetta su cui è issata la “Ay Yldz”, la bandiera del suo Paese, e su cui compare la scritta “Operazione di Pace“, in riferimento all’azione turca contro i curdi avviata dal presidente Erdogan. A seguire il testo: «La Turchia ha 911 chilometri di confine con la Siria. Questo è un corridoio di terroristi. Il Pkk e l’Ypg sono stati responsabili della morte di circa 40mila persone, incluse donne, bambini, neonati. La missione della Turchia è quella di prevenire la creazione di un corridoio del terrore sui nostri confini meridionali e di riportare due milioni di siriani in territori sicuri». Al di là della disinformazione del post, che equipara Pkk e Ypg, il bianconero ha usato l’hashtag #OperationPeaceSpring che raggruppa il sostegno all’attività di Erdogan. Il popolo di Twitter ha subito risposto con l’hashtag #DemiralOut, divenuto tendenza globale in poco tempo, una vera e propria mobilitazione per chiedere l’allontanamento del giocatore da parte della Juventus. Si tratta di questioni che vanno oltre il calcio. Come i cori razzisti dei tifosi bulgari ai danni dei giocatori inglesi, durante il match Bulgaria-Inghilterra, per i quali Londra ha chiesto misure pesanti che hanno portato alle dimissioni del presidente della Federcalcio della Bulgaria.

A seguire a ruota l’esempio del giocatore bianconero ci hanno pensato altri due calciatori che militano nel nostro campionato: Cengiz Under della Roma e Hakan Calhanoglu del Milan. Il primo ha postato su Twitter una foto che lo ritrae con la maglia giallorossa mentre fa il saluto militare. Il centrocampista rossonero ha invece affermato: «Siamo al 100% con la nostra gente». Una presa di posizione chiara, ribadita anche durante le partite della nazionale turca dove a ogni gol i giocatori hanno esultato con il saluto militare.

Le società italiane non hanno preso alcun provvedimento in proposito, nonostante moltissimi tifosi infuriati sui social chiedessero sanzioni dure, e si sono limitate a liquidare la questione con un “no comment”. Tutto il contrario di ciò che è accaduto in Germania dove il St. Pauli ha licenziato un proprio giocatore, Cenk Sahin, per aver pubblicato un post a sostegno dell’esercito di Erdogan. «Siamo con il nostro eroico esercito e con i nostri eroici soldati turchi – aveva scritto Sahin sul social – le nostre preghiere sono con voi». Nel comunicato della società tedesca si legge: «I principali motivi sono il ripetuto disprezzo dei valori del club e la necessità di proteggere il giocatore. Per quanto ci riguarda, non può essere in discussione il fatto di rifiutare ogni atto di guerra». Poco dopo essere stato licenziato, a Sahin è arrivata la proposta del Basaksehir, club di Istanbul molto vicino al presidente Erdogan.

Tra populismo, disinformazione e “no comment” qualcosa però si muove. In questi giorni, infatti, si sta discutendo della proposta del ministro dello Sport italiano Vincenzo Spadafora sulla finale di Champions League del 2020, programmata a Istanbul per il prossimo 30 maggio: l’esponente dei 5 stelle ha inviato al presidente dell’Uefa Alexander Ceferin una lettera in cui chiede «se sia inopportuno mantenere ad Istanbul la finale di Champions League il 30 maggio 2020», alla luce «dei gravissimi atti contro la popolazione civile curda e dell’intervento con il quale l’unione europea condanna l’azione militare della Turchia». Una richiesta giusta e comprensibile. È doveroso far sentire la propria voce e dare un segnale forte in merito alle gestione di una finale gestita dalla Uefa, organizzazione europea. Il calcio non è solo sport. Non può rimanere separato dalla politica, dall’economia, dalla società e dalla cultura di un paese. I messaggi che si trasmettono durante le manifestazioni sportive arrivano sempre, positivi o negativi che siano. Se si pensasse che il calcio non possa avere una ricaduta sulle politiche sociali, allora non avrebbero senso iniziative, positive ovviamente, come quelle contro il razzismo.

«Politica e sport devono restare separati» ha detto il difensore della Juve Leonardo Bonucci, per rispondere al suo compagno Demiral. «Lo sport deve essere divertimento, unione, passione. Io sono per la non violenza, la guerra fa male a tutti. E noi calciatori dobbiamo essere d’esempio. Poi ognuno è libero di esprimere il suo pensiero, ma farlo su un campo da calcio non è giusto». Tralasciando il fatto che lo sport è politica, la questione dovrebbe fare un passo più in là: se alle posizioni dei calciatori dovrebbero pensare le società almeno dissociandosi tempestivamente, della situazione complessiva dovrebbero occuparsene le istituzioni sportive continentali. A partire dallo spostamento di quella finale del 30 maggio.

«Revocare una finale è un atto forte. Penso che ora non siamo nemmeno nelle condizioni di discuterne – ha detto Michele Uva, vicepresidente dell’Uefa– è chiaro che con il comitato esecutivo ed il presidente Ceferin, valuteremo le situazioni, ma mi sembra assolutamente prematuro parlare di sanzioni a questo livello». Un atto forte però è proprio quello che serve in una situazione simile. Siamo decisi e autoritari quando si tratta di discutere sull’assegnazione giusta o meno di un calcio di rigore, dovremmo esserlo altrettanto quando si valutano prese di posizioni così forti da parte di personaggi pubblici su argomenti così delicati. Perché no, la politica non può rimanere fuori dal calcio.

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