Donne nel pallone, in Arabia Saudita Supercoppa con polemiche

Perché perché

La domenica mi lasci sempre sola

Per andare a vedere la partita 

Di pallone

Perché perché

Una volta non ci porti anche me

Così cantava Rita Pavone nel 1962 con la celebre “La partita di pallone”. Oggi la situazione appare nettamente diversa: sono tante, e con un numero sempre in crescita, le donne che scelgono di andare allo stadio a vedere le partite di calcio della propria squadra del cuore. In Italia, patria a pari merito della pizza e del pallone, ormai è una prassi la presenza femminile negli stadi. In altri paesi, come l’Arabia Saudita, questo è possibile solo da poco tempo, e solo in alcuni stadi. Una differenza culturale dovuta alle rigide regole legate all’Islam, religione del regno saudita, e che ora riguarda anche il calcio italiano. In questi giorni infatti è oggetto di discussioni e (non poche) polemiche la scelta della Lega Serie A di far disputare la finale di Supercoppa italiana tra Juventus e Milan il 16 gennaio a Jeddah, in Arabia Saudita.

Come se non bastasse la vicenda dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi a far storcere il naso ai detrattori del regno saudita, a complicare ulteriormente il quadro della Lega Serie A è il trattamento riservato alle donne che vogliano assistere alla finale, tifose italiane in trasferta comprese: gli individui di sesso femminile infatti potranno accedere solo a settori dedicati, lontani dal campo. A dare la notizia è stata inizialmente la Lega Serie A, facendo circolare un comunicato nel quale si parlava della vendita dei biglietti divisi in settore uomini singles e famiglie. Informazioni lacunose, che insinuavano un dubbio nella mente di chi leggesse il comunicato: le donne potranno quindi entrare allo stadio King Abdullah Sports City solamente se accompagnate? Un’ipotesi che aveva immediatamente fatto scattare sull’attenti le tifose donne e una serie di politici e personaggi in vista, pronti a battagliare contro la Lega Serie A a suon di cinguettii social tra Twitter e compagnia bella.

A correre ai ripari prima l’ambasciata dell’Arabia Saudita, e poi la Lega di calcio di Serie A, con un comunicato del presidente Gaetano Miccicché, in cui si chiarisce che le donne possono entrare allo stadio anche non accompagnate da uomini, ma solamente nei settori a loro riservati, lontano dal campo di gioco. È lo stesso Miccicché a cercare di calmare le acque, scrivendo che la fake news circolata sull’impossibilità delle tifose di assistere alla partita non accompagnate altro non è che un tentativo di strumentalizzare il tema da parte di chi ne trae un vantaggio personale. «La nostra Supercoppa», conclude il presidente della Lega, «sarà ricordata dalla storia come la prima competizione ufficiale internazionale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo».

Quindi sì, le donne potranno assistere alla partita anche non accompagnate, ma non saranno libere di circolare nello stadio, né potranno scegliere posti vicino al campo per vedere meglio le azioni di gioco. Una soluzione a metà, che non garantisce uguali diritti ai tifosi di ambo i sessi. D’altra parte, come ha fatto notare anche il presidente della Lega, l’Arabia Saudita è un paese che ha regole e tradizioni locali molto diverse da quelle italiane, leggi che non possono essere cambiate da un giorno all’altro. Basti pensare che fino alla fine del 2017 alle donne non era permesso nemmeno guidare, così come assistere a eventi sportivi in pubblico. Nella classifica Global Gender Gap 2018, che analizza le differenze di genere nei vari Stati del mondo, l’Arabia Saudita si è posizionata al 141esimo posto su 149 Paesi presi in considerazione. Scegliere il regno saudita come location per la finale di Supercoppa significa anche accettare che le regole lì siano diverse, dichiara Miccicché, che comunque si dice positivo per il futuro, avendo notato un miglioramento da parte dell’Arabia nei confronti del resto del mondo.

Nel comunicato infine il presidente della Lega Serie A non dimentica di commentare anche le critiche legate al caso Khashoggi: l’Arabia Saudita è comunque il paese in cui una cerchia di vicinissimi del principe ereditario (e per alcuni lo stesso principe) ha ordinato l’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso e fatto a pezzi nell’ambasciata saudita in Turchia. Un fatto grave, avvenuto mesi dopo la definizione dell’accordo con il paese per la Supercoppa, che ha messo la Lega di fronte a un bivio: mantenere quanto stabilito, nonostante la vicenda, o annullare tutto. La scelta è ricaduta sul mantenere gli accordi già presi, di riflesso con il comportamento dello Stato italiano, che non ha mai chiuso i rapporti con l’Arabia, primo partner commerciale mediorientale per il Belpaese. «Il calcio non fa politica, ma ha un ruolo sociale, in questo caso di veicolo di unione e comunanza tra popoli che non ha uguali in nessun altro settore». È vero, il calcio ha un ruolo sociale, e forse, in virtù di questo potere, la scelta di annullare gli accordi con un paese che ha dimostrato di avere grandi ombre non sarebbe stata poi così criticata.

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