Scontro sul Meccanismo Europeo di Stabilità:
ma che cos’è?

«Il sì alla modifica del Mes sarebbe la rovina per milioni di italiani e la fine della sovranità nazionale». A dirlo è il leader della Lega Matteo Salvini parlando della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) che si dovrebbe concludere con l’approvazione di un nuovo Trattato al vertice europeo di dicembre. Ma che cos’è il Mes? E quali sono le sue funzioni e scopi? E perché in Italia è al centro del dibattito politico?

Cos’è il Meccanismo Europeo di Stabilità

Il meccanismo europeo di stabilità ha aiutato già 5 paesi europei

Creato a ottobre 2012 ha lo scopo di sostituire il Fondo europeo di stabilità, istituito nel 2010, dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani in Europa, per dare prestiti agli Stati europei in difficoltà. Entrambi possono contare su un capitale teorico di oltre 700 miliardi di euro. 

Possono essere richiesti: prestiti con programmi di aggiustamento macro-economico, acquisti dei titoli di Stato sul mercato primario e secondario, linee di credito cautelative, prestiti per la ricapitalizzazione indiretta e diretta di banche. Fino a questo momento sono stati utilizzati i prestiti con programmi di aggiustamento macro-economico e la ricapitalizzazione indiretta delle banche. I primi sono stati concessi alla Grecia, a Cipro, all’Irlanda e al Portogallo mentre la seconda alla Spagna.

Come usufruire del Mes

L’accesso all’assistenza finanziaria è stabilito sulla base di un’analisi di sostenibilità del debito pubblico da parte della Commissione europea insieme al Fondo monetario internazionale e alla Banca centrale europea. I soldi del Mes sono serviti per fermare: la crisi che stava interessando l’Europa, la speculazione sui titoli di Stato dei Paesi indeboliti e per riportare il rendimento dei titoli del debito pubblico a livelli sostenibili. Si tratta di prestiti e somme che una volta date saranno restituite.

I Paesi che lo hanno utilizzato

I due fondi, da quando sono in attività, hanno già erogato prestiti per 254,5 miliardi di euro a cinque diversi Paesi: Grecia (per tre volte), Irlanda, Cipro, Portogallo e Spagna. Tutti sono usciti con successo dal piano tranne Atene che ha ancora in corso un programma con un prestito da 86 miliardi di euro. Tra i Paesi dell’Eurozona in regola e non soggetti a un’indagine approfondita nel 2019 troviamo: l’Austria, il Belgio, l’Estonia, la Finlandia, la Lettonia, la Lituania, il Lussemburgo, Malta, la Slovacchia e la Slovenia.

I Paesi della stessa area sotto osservazione nel 2019 sono: la Francia, la Germania, l’Irlanda, i Paesi Bassi, la Spagna e il Portogallo mentre quelli che sono sotto l’occhio vigile dell’Europa e che preoccupano per gli eccessivi squilibri sono l’Italia, la Grecia e Cipro.

Il contributo economico dell’Italia al Mes

L’Italia è la terza economia a contribuire al fondo, dietro alla Germania e alla Francia. Ha concluso un accordo per una percentuale del 17,7917 sul totale equivalente a 125 miliardi e 395,9 milioni. Non è una parte già versata, ma una garanzia sottoscritta in caso di necessità. Per il momento, i miliardi di euro versati corrispondono a 14,331. Essendo un prestito, è possibile che questi saranno restituiti con degli interessi.

La riforma

Moscovici relaziona sulla riforma del Mes

Il 14 giugno scorso, l’Eurogruppo ha elaborato una bozza di riforma del Mes con l’obiettivo di completare l’Unione bancaria e rafforzare quella monetaria. L’iter non è completo. L’idea di base è quella di trasformare il fondo in una sorta di “paracadute finale” (il backstop, ndr) a cui attingere qualora i fondi nazionali e quelli del Fsr non siano sufficienti. Lo scopo è quello di scoraggiare la speculazione degli istituti finanziari eliminando le ricapitalizzazioni dirette e modificando l’accesso al piano. Questo potrà essere utilizzato da un Paese colpito da uno choc economico, che vuole evitare di finire sotto stress sui mercati. Non sarà necessario firmare un memorandum – come fatto in passato  – ma una lettera di intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità.  La riforma dovrebbe entrare in vigore nel 2024 e prevede il rafforzamento del ruolo del Mes nei confronti della Commissione europea in caso di assistenza agli Stati in difficoltà. Saranno riviste le clausole di azione collettiva. Dal 2022 sarà più semplice ottenere il consenso degli azionisti per ristrutturare il debito sovrano perché si passerà da una doppia maggioranza a una unica. Sarà sufficiente che siano concordi la maggioranza del totale dei detentori del debito pubblico. 

Dopo che ci sarà il via libera sulla riforma da parte dell’Eurogruppo, previsto per dicembre 2019, sarà richiesta l’approvazione dei capi di Stato e di governo e la ratifica da parte dei Parlamenti. Nella bozza, inviata lo scorso giugno, ci sono alcuni punti critici per l’Italia: la ristrutturazione dei debiti pubblici potrebbe scatenare la speculazione contro i Paesi con una economia precaria come il nostro.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio

Visti i possibili punti critici che potrebbero interessare l’Italia, sono diverse le forze politiche che si sono scagliate contro il possibile sì del Governo alla riforma. Matteo Salvini ha lanciato accuse pesanti al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Per l’ex ministro dell’Interno, il premier deve recarsi «subito in Parlamento a dire la verità, il sì alla modifica del Mes sarebbe la rovina per milioni di italiani e la fine della sovranità nazionale». Il Movimento 5 stelle ha convocato un vertice per vederci chiaro sulla questione. «La discussione deve essere trasparente, il Parlamento non può essere tenuto all’oscuro dei progressi nella trattativa e non è accettabile alcuna riforma peggiorativa del Mes» affermano i pentastellati della commissione Finanze.

Sul tema ha detto la sua anche il ministro degli Affari europei, Enzo Amendola. «Nessuno ha firmato niente, è un negoziato che avanti da mesi e chi solleva oggi dubbi era al governo quando si faceva questo negoziato che va avanti da mesi». La riforma è stata proposta durante il governo Conte I.  Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia chiedono che l’esecutivo riferisca in Aula, ma fonti vicine al governo affermano che questo è pronto a prendere tempo e rinviare la discussione se in Europa non si dovesse raggiungere un accordo.

Per il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il principale problema della riforma è che tanti Paesi, tra cui l’Italia, potrebbero trovarsi nella condizione di dover ristrutturare il proprio debito pubblico che scatenerebbe la speculazione rendendo inevitabile per l’Italia farlo da lì in avanti.

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