Tra misteri e depistaggi, 25 anni fa l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

20 marzo 1994. La giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, 28 anni, e l’operatore Miran Hrovatin, 45 anni, perdono la vita a Mogadiscio, in Somalia. A distanza di 25 anni, ancora nessuno è riuscito a scoprire la verità.

I fatti

Alpi e Hrovatin seguono dal dicembre del 1992 la missione di pace Restore Hope, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite, per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1992, dopo la caduta del dittatore della Somalia Siad Barre. Alla missione partecipa anche l’Italia che cerca così di superare le riserve dell’inviato speciale dell’Onu nel Paese legate agli ambigui rapporti che il governo italiano aveva con Barre negli anni Ottanta.

Ilaria Alpi in Somalia per l’inchiesta sul traffico di armi e rifiuti tossici

La giornalista e l’operatore conducono un’inchiesta su un presunto traffico di armi e rifiuti tossici in cui sarebbero coinvolti i servizi segreti e le istituzioni italiane. Secondo i due, questi vengono prodotti nei Paesi industrializzati e trasferiti in alcuni paesi africani in cambio di tangenti e armi. Il 20 marzo 1994 si trovano a Bosaso. Qui intervistano il sultano della zona, Abdullah Moussa Bogor, che racconta loro di presunti rapporti tra alcuni funzionari italiani e il governo di Siad Barre. Dopo l’intervista, si recano al porto dove salgono a bordo di alcuni pescherecci sospettati di essere al centro di traffici illeciti. Tornati a Mogadiscio si recano prima nel loro albergo, il Sahafi, poi si spostano all’hotel Hamana, vicino l’ambasciata italiana, con il loro autista Ali Abdi. Proprio vicino al secondo albergo, all’incrocio tra via Alto Giuba e corso Somalia, la loro auto viene fermata da un commando che apre il fuoco. Miran muore subito, Ilaria però è ancora in vita. L’imprenditore italiano Giancarlo Moracchino porta Ilaria e il corpo di Miran al porto vecchio di Mogadiscio dove un medico cerca invano di curare le ferite. La giornalista di Rai3 non ce la fa.

Le indagini
Hashi Omar Ossan durante i processi che lo vedranno prima condannato a 26 anni e poi, dopo 17 anni, assolto.

Il 18 luglio 1998, a distanza di quattro anni, la procura di Roma chiede, in primo grado, il rinvio a giudizio di Omar Hashi Hassan, cittadino somalo. Ad accusarlo sono Ahmed Ali Rage, detto Jelle, che dice di aver assistito alla sparatoria e di aver visto Hassan al volante della Land Rover del commando; e Ali Abdi, l’autista che guidava l’auto. Il 20 luglio 1999 Hassan viene assolto perché non solo i due testimoni non sono considerati attendibili, ma secondo il collegio l’uomo sarebbe stato “offerto” dalla Somalia alla giustizia italiana per poter riallacciare i rapporti con l’Italia. Nonostante questo, l’uomo resta in carcere: è, infatti, sotto processo perché accusato di violenza sessuale. Successivamente sarà assolto anche da questa accusa. Un anno dopo, il 24 ottobre 2000, la Corte d’Appello ribalta la sentenza. I testimoni sono considerati attendibili e Hassan viene condannato all’ergastolo. In secondo grado viene inoltre riconosciuta la premeditazione. La Cassazione conferma, tranne nella parte dell’aggravante e per questo chiede ad una nuova Corte d’Appello di riconteggiare la pena. Questa elimina l’aggravante della premeditazione e condanna l’imputato a 26 anni.

Carlo Taormina per tre anni presiederà la Commissione Parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Alpi e Miran Hrovatin

Il 31 luglio 2003, inoltre, nasce la Commissione parlamentare d’inchiesta. Il presidente è l’avvocato Carlo Taormina. La Commissione dura fino al 2006 quando, senza una soluzione unanime, Taormina si fa portavoce della tesi che sostiene un tentativo di rapina o di rapimento finito male. Il colpo di scena arriva però il 19 ottobre 2016, in Cassazione. Il sostituto procuratore generale dichiara che le prove a carico di Hassan sono insufficienti e ottiene l’assoluzione. Dopo aver scontato 17 anni, di cui 10 in regime di isolamento diurno, ottiene un risarcimento dallo Stato italiano di 3 milioni di euro per ingiusta detenzione. Ancora oggi Hassan ringrazia «i genitori di Ilaria che mi hanno sempre aiutato e hanno sostenuto la mia innocenza, fin dal primo giorno. La famiglia Alpi chiese da subito che venissi scarcerato perché era convinta della mia innocenza e mi è stata vicina fino all’assoluzione». Nel 2013 infatti Hassan e la mamma di Ilaria si costituiscono parte civile nel processo a carico di Ali Ahmed con l’accusa di calunnia al fine di sviare le indagini.

Oggi
Luciana Alpi, la mamma di Ilaria, ha cercato per 24 anni la verità sull’omicidio della figlia e del suo operatore. È morta il 12 giugno 2018.

Dal primo processo, la madre Luciana ha condotto una battaglia per cercare la verità e far cadere ogni sorta di depistaggio. C’è il rischio però che questo non sia servito. Nel 2019, infatti, la Procura di Roma chiede di archiviare per la terza volta il caso. Sarà il gip, Andrea Fanelli, a decidere se accogliere o meno la richiesta. Per gli avvocati Carlo Palermo e Giovanni D’Amati, legali della zia di Ilaria, ci sono nuovi spunti investigativi scaturiti da diversi documenti quali la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, il verbale dell’audizione del generale Mario Mori nella Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla trattativa Stato-Mafia, gli appunti di lavoro della stessa giornalista e gli atti desecretati dal Governo nel 2014 su iniziativa dell’allora presidente della Camera, Laura Boldrini. Secondo i due legali, dal dicembre 2007 al giugno 2017, sono subentrate nuove risultanze che non sono state esaminate dal pm.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto ricordare Ilaria nel venticinquesimo anno dalla sua morte. «Il testimone è nelle mani dei colleghi di Alpi e Hrovatin, dei giornalisti italiani, di quanti avvertono come un dovere onorare quell’impegno di coerente professionalità che, a Mogadiscio, gli assassini hanno voluto colpire. La libertà di stampa è il termometro della salute democratica di un Paese. L’impegno dei familiari contro le reticenze e depistaggi ha meritato e merita grande rispetto. Rappresenta un dovere della Repubblica».

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