Cosa succede ai rohingya?
Nemmeno Francesco può parlarne

«Il futuro del Myanmar deve essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo di offrire il suo legittimo contributo al bene comune».  Papa Francesco, durante la sua prima visita in Myanmar, ha mantenuto la promessa e non ha mai detto il nome di coloro-che-non-devono-essere-nominati. Parlava dei rohingya, una popolazione musulmana della Birmania meridionale, ma non poteva citarli direttamente: in ballo c’era la sicurezza dei cristiani nel Paese, una minoranza che non vuole condividere la sorte già toccata a migliaia di musulmani costretti a fuggire verso il Bangladesh per scampare a una durissima repressione messa in atto dai militari.

L’innesco di questa complessa crisi umanitaria viene acceso con una rappresaglia degli stessi rohingya contro l’espropriazione delle loro terre da parte dello stato. La violenza è stata un casus belli che ha permesso all’esercito di procedere con un’eradicazione sistematica di questa popolazione dallo stato del Rakhine, nel quale si erano insediati attorno all’VIII secolo d.C. La fuga di un’intero popolo è stata disordinata e ha lasciato dietro di sé almeno 2000 morti, che potrebbero essere molto di più visto che le autorità del paese che li ospitava non hanno alcun interesse a fare chiarezza sul reale numero delle vittime.

Oggi i rohingya stanno scontando l’azione congiunta di due fattori: da un lato la popolazione birmana è estremamente ostile a questa minoranza musulmana mentre dall’altro ci sono fortissimi interessi economici in gioco. Nel Rakhine, dove da secoli i discendenti delle migrazioni arabe vivono in condizioni di estrema povertà come contadini e piccoli commercianti di tek, è stato scoperto il petrolio. L’oro nero ha attirato lo sguardo dei cinesi, interessati a diversificare i loro approvvigionamenti energetici con il beneplacito del governo birmano. Le trivellazioni e il passaggio dei nuovi oleodotti hanno favorito l’esodo biblico dei rohingya nel sostanziale disinteresse generale.

L’ONU ha già espresso la sua preoccupazione parlando di “incubo umanitario”. Al momento, almeno 623.000 persone hanno raggiunto i confini del Bangaldesh, Paese vicino e per ora disponibile all’accoglienza. Disponibile, ma non per sempre. Cinque giorni prima dell’arrivo del Papa in Birmania infatti, è stato raggiunto un accordo circa il rimpatrio verso il Rakhine. Peccato che i profughi siano scappati dalla distruzione di interi villaggi e dall’uccisione di centinaia di persone perpetrate dall’esercito del Myanmar. La situazione si è rivelata così clamorosa che anche il segretario di stato americano Rex Tillerson ha apertamente parlato di “pulizia etnica” nei confronti della minoranza musulmana.

Un massacro, perpetrato dai militari, con la complicità offerta dal silenzio della politica. La situazione si fa ancora più incredibile visto che a guidare l’esecutivo Birmano c’è il premio nobel per la pace nel 1991, Aung San Suu Kyi. Il governo attualmente in carica, è il frutto delle prime elezioni libere, svoltesi nel 2015 dopo la fine della dittatura ma sembra che sia ancora ostaggio del potere dell’esercito, che potrebbe decidere in qualsiasi momento di ribaltare il tavolo e riprendere le redini del paese. Già ora i ministeri dell’interno, della difesa e degli affari frontalieri sono riconducibili all’esercito, così come il 25% dei seggi in parlamento. Aung San Suu Kyi sarebbe quindi costretta a mantenere il silenzio per evitare da un lato una sommossa popolare, qualora si esprimesse a favore dei Rohingya e dall’altro per scongiurare che il suo governo venga sostituito da una giunta militare, fortemente interessata a sfruttare gli asset economici presenti nel Rakhine.

Occorre ricordare infine, che la posizione dei Rohinhgya è aggravata dal fatto che la minoranza musulmana, dal 1982 risulta apolide. Pur vivendo in Birmania da secoli, non risultano cittadini e parlano una lingua che non ha nulla in comune con il birmano. Quando arrivano in Bangladesh dunque, è difficile stabilirne i diritti giuridici, essendo profughi ma senza un legame con la terra con cui scappano, se non la proprietà che in questo momento non gli viene riconosciuta. Nel frattempo, centinaia di persone stanno morendo per le condizioni igeniche precarie dei campi di fortuna, per la fame e per le malattie. In un contesto simile, la possibilità di rientrare nel Rakhine senza alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani o l’ottenimento di un qualsiasi riconoscimento circa lo status di cittadini del Myanmar non sembra particolarmente allettante.

 

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