L’orgoglio nero in America. Oggi come allora tra sport e cinema

A Montgomery, nel sud dell’Alabama, è il tardo pomeriggio di un autunno che inizia a contornarsi d’inverno. Rosa Parks è stremata da un’intera giornata passata sulla macchina da cucire, si trascina alla fermata dell’autobus pensando alla manciata di ore di riposo che le restano prima di ricominciare. Il bus 2857 arriva, Rosa sale e trova subito un sedile. Fermata dopo fermata il mezzo continua ad affollarsi, in pochi minuti rimangono solo posti in piedi. Sale un passeggero bianco, si avvicina al posto occupato da Rosa e le intima di concederglielo.

La Parks è una donna afroamericana che vive nel sud degli Stati Uniti nel 1955. A quel tempo, una donna di colore che su un autobus rifiuta di cedere il posto ad un bianco commette un reato. L’uomo la squadra, in attesa che lei osservi le regole e si alzi, ma lei sostiene il suo sguardo con fierezza e risponde con un secco “no”.  In quel no c’è racchiuso l’orgoglio nero che cova sotto la cenere in procinto di esplodere. L’autista del bus si chiama James Blake, vede la scena dal suo specchietto retrovisore e decide di fermare la vettura. Va da Rosa, le ricorda le leggi e le ribadisce di liberare il sedile, ma riceve dalla donna un nuovo rifiuto. Scatteranno l’arresto, una condanna e una multa di 10 dollari più 4 di spese processuali. La Parks torna il libertà la sera stessa, il suo avvocato bianco e antirazzista Clifford Durr le paga la cauzione.

Rosa Parks, una delle prime attiviste del ‘900

Quell’episodio è stato tramandato ai posteri come la miccia scatenante dell’emancipazione afroamericana. Il pastore protestante Martin Luther King colse l’occasione per prendersi la sua prima vittoria politica, organizzando un boicottaggio di massa dei mezzi pubblici in segno di protesta. Quell’orribile legge sulla segregazione sugli autobus venne abolita di lì a poco tempo. Gli anni ’60 segnarono un periodo di demarcazione tra vecchi e nuovi costumi, diedero il là ad un lento processo di sensibilizzazione in atto tuttora. Eroi come Luther King e Malcom X morirono perché impegnati a restituire dignità ad un popolo, un sacrificio che nel tempo li ha resi simboli di un’uguaglianza che ancora oggi cerca di smarcarsi dall’utopia.

Nello sport
Bill Russell, vincitore di 11 titoli NBA

A suo modo il mondo dello sport si fece portavoce di un vento che stava per cambiare; due esempi significativi arrivano dal basket americano: nel 1963 i Boston Celtics sono la squadra più forte di un circuito professionistico diviso tra NBA ed ABA (le due leghe statunitensi che si sarebbero poi fuse nel 1976). Bill Russell è la stella di quella squadra, un afroamericano di oltre due metri che negli anni è stato capace di rivoluzionare la fase difensiva del gioco. Si trova coi suoi compagni a bordo di un aereo diretto a Lexington (Kentucky) per una partita d’esibizione. Durante il volo, uno degli assistenti allenatori si avvicina a lui e ad altri due membri di colore della squadra: « Ragazzi, quando arriviamo voi andate a fare il check-in in un albergo per soli neri ». La risposta di Bill non si lascia attendere: « Giocate pure la vostra partita tra bianchi. Appena atterriamo prendo il primo aereo per tornare a casa ». Quello di Russell rappresenta un esempio di come mettere l’autorevolezza sportiva al servizio di una causa più grande.
Ancora pallacanestro, ancora anni ’60. Nella finale di College basket (NCAA) del 1966 si assiste ad un fenomeno che colpisce al cuore dell’opinione pubblica americana. Il piccolo Texas Western College (oggi la University of Texas di El Paso) si qualifica alla finalissima da autentica outsider. Di fronte la blasonata Kentucky University, già vincitrice di 4 titoli nazionali e il cui coach, Adolph Rupp, non ha mai schierato in campo un solo giocatore di colore. Texas Western si presenta in campo e vince con un quintetto composto da cinque neri, una prima volta assoluta nella storia dello sport sia collegiale che professionistico. Inutile sottolineare come quel successo abbia rappresentato qualcosa di più di un semplice risultato sportivo. Dalla storia è stato tratto anche un film nel 2006 (Glory Road – Vincere cambia tutto).

L’immagine iconica nel mondo dello sport – e non solo – resta quella delle Olimpiadi 1968 in Messico. Tommie Smith e John Carlos giungono rispettivamente primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Una volta saliti sul podio e ricevute le medaglie, i due chinano la testa e sollevano il pungo chiuso avvolto da un guanto nero. Il fotografo John Dominis cattura uno degli scatti più significativi del ‘900, riconsegnato alla storia come simbolo di un popolo che lotta per i diritti civili.

Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi del 1968
Nel cinema

Ancora una volta siamo negli anni ’60. Stanley Kramer è un regista che dopo un inizio da produttore ha deciso di mettersi dietro la macchina da presa. Lo sceneggiatore William Rose gli mette in mano una storia che parla di una coppia di innamorati: bianca e di buona famiglia lei, stimato medico afroamericano lui. Di contro una famiglia conservatrice e riluttante ai matrimoni misti. Nel 1967 la sceneggiatura diventa il film “Indovina chi viene a cena?”, un’opera che affonda come una lama sulle discrepanze culturali del sud degli Stati Uniti.

Spencer Tracy, Sidney Poitier, Katharine Hepburn e Katharine Houghton sul set di “Indovina chi viene a cena”

Oggi, ad oltre cinquant’anni di distanza, quei temi sono ancora attuali. Tra i film in lizza per gli Oscar 2019 troviamo delle opere che vogliono raccontare il passato con un tocco dissacrante. Spike Lee, dopo aver denunciato negli anni diversi episodi di razzismo, ha scelto la più velata via dell’ironia per raccontare il suo “Blackkklansman”. Tratto da una storia vera, il film racconta di un poliziotto afroamericano che riesce ad infiltrarsi telefonicamente nel Ku Klux Klan e ne ribalta l’organizzazione come un guanto. Uno schiaffo al simbolismo che si cela dietro il colore della pelle, con un filmato al termine del film che mostra immagini reali delle marce per i diritti civili.

Quando si tratta di veicolare un messaggio attraverso l’ironia, anche il regista Peter Farrelly è in grado di proporre opere capaci di generare una riflessione. Il suo “Green Book” è un film che oscilla tra il dramma e la commedia, ci proietta ancora una volta negli anni ’60 e propone su pellicola la storia vera di un uomo bianco che al servizio di un nero. Un italoamericano rozzo e prevenuto, ma dotato di un grande senso pratico, si ritrova a lavorare come autista per un pianista di colore e di grande fama, conducendolo per le realtà più razziste del sud degli States. L’amicizia tra i due cresce col trascorrere dei chilometri, con l’abitacolo della vettura che funge da confessionale e luogo di confronto.

Viggo Mortensen e Mahershala Ali protagonisti di Green Book

I casi e gli esempi non si esauriscono certo qui. Lo sport e il cinema sono ricchi di messaggi di tolleranza, uguaglianza e fraternità, sono testimonianza di un tessuto sociale che cambia, mosso dalle coscienze di chi ha il coraggio di urlare fuori dal coro. Il messaggio che lascia si insedia nello spirito di chi ha voglia di vedere al di là, permettendo di guardare con speranza al futuro senza scordare il passato.

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