Iulm, Laurea Honoris Causa al regista Marco Bellocchio

Marco Bellocchio, regista di fama internazionale, ha ricevuto questa mattina la Laurea Magistrale Honoris Causa in Televisione, Cinema e New Media all’Università IULM di Milano.

Il Traditore non è l’ennesimo film su Cosa Nostra
Il Traditore, presentato al Festival di Cannes nel Maggio 2019

Dall’esordio alla regia con il film-manifesto, I Pugni in Tascaall’ultimo lungometraggio, Il Traditorela visione del cinema di Bellocchio è premonizione e documentazione del dato storico.
Sebbene la realtà sembri rincorrere il web e la televisione, sempre più fagocitata dal mondo delle immagini, l’opera di Bellocchio non esclude mai il dato reale, rimane ancorata ai sogni e alle zone d’ombra della nostra storia.

Il cinema di Bellocchio è, senza dubbio, caratterizzato da una grande poliedricità: ha realizzato pellicole che spaziano dalla politica italiana, a film più introspettivi e privati, ad altri ancora più romanzeschi.
Ma un filo conduttore c’è sempre: il Maestro ha dichiarato in più interviste di carpire molto, il più possibile in realtà, dalla sua vita e da ciò che ha valore per lui. Caso straordinario è, d’altra parte, il film Il Traditore.
Il tema tratta della Mafia siciliana e la lotta tra le grandi famiglie di Cosa Nostra palermitane e corleonesi e ha nel mafioso conservatore, Tommaso Buscetta, il protagonista assoluto. Figura antieroica, fedele a se stessa nel bene e nel male interpretata da uno strepitoso Pierfrancesco Favino.
L’attore ha lasciato tutti a bocca aperta sfoggiando una perfetta padronanza del siciliano stretto e del portoghese, difficoltà che si sono andate ad aggiungere al già complicato ed introspettivo ruolo di Masino Buscetta.

Il Traditore di Marco Bellocchio, rifugge nettamente l’apologia del fenomeno mafioso. Capace di rappresentarne la sua pochezza, non ne risparmia le bassezze reali, traghettando lo spettatore nei labirinti dell’organizzazione mafiosa: «Vi è in Buscetta quel sentimento di dover sopravvivere a tutto», spiega il regista, «Pierfrancesco Favino entra dentro il personaggio dando qualcosa in più, in “modo grande”».
«Non volevo fare l’ennesimo film su Cosa Nostra», lontano dalle narrazioni idealizzate come in Scarface, o delle ultime series di Gomorra, la regia di Bellocchio ci racconta un pezzo della storia d’Italia che all’estero stentano ancora a credere. «Negli Stati Uniti ci sono spettatori diversi: c’è chi conosce bene l’Italia e chi no. In tanti si sono stupiti per la sequenza del Maxiprocesso. L’aula bunker sembrava uno zoo, e in molti pensavano che non corrispondesse alla realtà», sottolinea ancora il Maestro.
Il regista, dunque, è riuscito ancora una volta a distanziarsi dalla prevedibilità.

Marco Bellocchio e Pierfrancesco Favino sul set de Il Traditore
Un cinema eternamente giovane

Alla veneranda età di 80 anni Bellocchio si è messo, ancora una volta, alla prova.
Ha dichiarato di aver provato preoccupazione e angoscia durante le riprese proprio perché desiderava particolarmente realizzare delle immagini e sequenze che non fossero convenzionali o, soprattutto, superficiali.

Marco Bellocchio e Il Traditore sono attesi alla cerimonia degli Oscar il 9 febbraio 2020.
«Sono contento di questa candidatura […]. Non mi faccio illusioni, ma farò tutto il possibile per aiutare Il Traditore in questo lungo cammino. Pur da vecchio anarchico pacifista e non violento, sento come un onore e una responsabilità rappresentare l’Italia in questa sfida», ha commentato il regista. Viene spontaneo affermare che Il Traditore ha e avrà, anche, tutto il sostegno del popolo Italiano.

Intervista a Marco Bellocchio

Il film è stato presentato a Cannes il 23 Maggio, giorno che ha in sé un’importante ricorrenza: la strage di Capaci. Quanto questa ricorrenza è stata importante per l’uscita della pellicola?

La decisione di scegliere il 23 Maggio come giorno di uscita è voluta dalla distribuzione. Non so quanto questo abbia influito nel risultato del film. Comunque sì, è di grande importanza.

Potremmo identificare l’incontro tra il Giudice Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta come un incontro tra eroe ed antieroe? E quando cambia il rapporto tra i due?

Buscetta è sempre stato molto diffidente nei confronti della giustizia e di Giovanni Falcone, poi è stato costretto a collaborare. «Se non collaboro sono un uomo morto», questo è quello che ha pensato Buscetta, dunque non ha opposto resistenza.
Naturalmente in questo scambio è stato molto leale, nel senso che lui ha posto dei limiti alla sua collaborazione. Per Falcone, però, quello che gli è stato rivelato dal mafioso è stato estremamente prezioso.
È importante dire che Buscetta era affascinato da Falcone, una persona integerrima. Poco alla volta si è instaurata una certa stima che nel film viene rappresentata da un importante gesto: la stretta di mano tra i due nel momento del commiato.

Perché ha scelto proprio la figura di Tommaso Buscetta?

Un produttore mi chiese un giorno se volessi fare un film su di lui. Io Buscetta ovviamente lo conoscevo e da cittadino italiano avevo seguito sui giornali le deposizioni al Maxiprocesso. È chiaro che nel momento in cui ho accettato di studiare il soggetto, poi ho studiato i film, i libri e i personaggi che l’avevano conosciuto. A quel punto la complessità del personaggio mi ha conquistato e ho deciso di scrivere la sceneggiatura.

A proposito di sceneggiatura chi sono, secondo lei, gli sceneggiatori oggi?

Quando ero studente, in un’Italia diversa, politicizzata in cui c’era il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana era tutto diverso. Tra i grandi non possiamo dimenticare Ettore Scola, Alessandro Benvenuti, Ruggiero Maccari, Ugo Pirro e Piero De Bernardi. Questi erano gli sceneggiatori di cinema che hanno deciso, in seguito, di diventare registi.
Ora nel prodotto in serie, invece, gli sceneggiatori prevalgono sui registi, sono loro a guidare il gioco. Non sarà così in Esterno Notte, la mia prossima serie.

Marco Bellocchio nato a Bobbio il 9 Novembre 1939
La lettera di Marco Bellocchio

«Intanto vi ringrazio per questa laurea in precedenza mi ero diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia il 3.12.1962.
Voto 25 su 30 a conferma della mia mediocrità scolastica. Questa è, quindi, la prima volta che mi laureo.
Le prime volte sono sempre indimenticabili.
Prima del centro sperimentale vivevo a Piacenza e dipingevo con buoni risultati ma poi quei quadri e quelle immagini fisse mi stancarono.
Passai al fumetto ma mi stancò anche quello. Dovevo sempre ripetere le stesse immagini con qualche variazione.
Abbandonai il fumetto e la pittura e feci il concorso per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia come attore.
Mi ispiravo a Marlon Brando.

Fui ammesso. Un giorno durante una lezione insieme agli allievi il professore propose un’improvvisazione che i registi avrebbero dovuto inventare e gli attori interpretare: il soggetto era un uomo che fumando aspetta con impazienza, sul marciapiede, non si sa chi.
Io ebbi una piccolissima idea e il coraggio di esprimerla, anche perché i registi tacevano.
Non credo per mancanza di immaginazione ma per disinteresse.
Cambiai l’immagine che il professore aveva suggerito: misi una donna intenta a fumare passeggiando nervosamente sul marciapiede e un uomo  nascosto intento a guardarla dall’altro lato della strada. Poi si allontana velocemente in controcampo: non attraversa la strada come se fosse spaventato dalla donna, fugge lontano, fuori dalla vista della ragazza e si accende una sigaretta aspirando profondamente.

Il professore scelse quel movimento pur essendo io un allievo di recitazione. In quel cambio di personaggio e ribaltamento di campo capì quello che potevo fare: muovere le immagini e i personaggi svelando in quelle immagini dei sentimenti personali.

Lasciai la recitazione e tentai la regia.
Superai il concorso. Ora ero dietro la macchina da presa, altro ribaltamento di campo.
A scuola imparai la tecnica e mi feci anche qualche amico.
Dopo il diploma girai il mio primo film, I pugni in Tasca nel 1965, ed ebbi paura delle immagini. Forse perché inaspettatamente belle.
Erano la prova che non potevo più tirarmi indietro, quella era la mia strada.
Ebbi paura di non saperle mettere insieme e di rovinarle nel montaggio. In seguito la paura è diminuita.
Ancora adesso alla fine delle riprese di un film ho per un attimo paura di perdermi  nelle immagini poi dopo i primi attacchi ritorno alla calma e posso ricominciare con la montatrice.

I pugni in Tasca fu un’altra prima volta indimenticabile.

Un film nasce da un’immagine che prima non esiste. Esiste un tema, un soggetto un titolo e tanto altro ma non sono sufficienti a fare un film. È necessaria una prima immagine, che precede la scoperta.
Questa nuova immagine deve diventare concreta e io devo condividerla con altri raccontandola a parole. Il cinema è, quindi, un’arte collettiva».

 

A cura di  Vittoria Frontini e Rino Terracciano

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