Bernardo Bertolucci e il suo tango degli addii

Il cinema è fatto di ritorni. Ritorni di temi, citazioni, sentimenti utili a mettere a fuoco le ragioni. Ritorni e porte aperte all’imprevisto, secondo la regola professata da Jean Renoir: «Quando si gira, bisogna sempre lasciare una porta aperta, perché non si sa mai, qualcuno potrebbe entrare, senza che nessuno se l’aspetti. E il cinema è questo». L’aveva detto a Bernardo Bertolucci, incontrandolo a Los Angeles. E chissà su quale stella staranno dialogando adesso, che anche il regista italiano, a 77 anni, ha abbandonato i nostri lidi. Dopo una vita, dedicata a ritornare. Come Paul che, scopertosi innamorato di una ventenne di cui ignora il nome, ritorna dalla giovane inseguendola sino a quell’iconica sala da ballo di Ultimo tango a Parigi (1972). O l’ex sovrano Pu Yi de L’ultimo imperatore (1987) che, dopo cinque anni di prigionia in Russia e dieci di rieducazione, fa ritorno in patria come uomo qualunque. E poi il ritorno a casa di Lucy, in America, dopo un’assolata estate toscana che l’ha accarezzata in Io ballo da sola (1996), e quello inaspettato dei genitori di Isabelle e Théo nell’incestuoso The Dreamers (2003). Durante simili ritorni, Bertolucci è stato sempre lì, presente come creatore e testimone, cantastorie di tutto ciò che ha attraversato il cinema nella seconda metà del secolo scorso: dallo sperimentalismo al cinema d’autore, dal provincialismo sino alla visione internazionale.

Uno scatto del regista durante le riprese di uno dei suoi film

Un passaggio d’uno scritto del regista del 1984 cita una poesia del padre Attilio, dedicata alla madre: «Tu sei come la rosa bianca in fondo al giardino». A seguire Bernardo aggiunge: «Se io arrivavo in fondo al giardino, che era piccolissimo, trovavo la rosa bianca. È un esempio di come la poesia, per me, non sia mai stata qualcosa di legato alla scuola, come capita un po’ a tutti. Aveva piuttosto a che fare con la mia casa, il mio paesaggio quotidiano». È dalla poesia familiare, dalla tradizione letteraria e musicale della sua natia Parma che discendono infatti, oltre al gusto per il melodramma, quell’approccio mitico e allo stesso tempo popolare che innerva la sua opera (cinque film sono di origine dichiaratamente letteraria). Insomma, c’era una volta Pierpaolo Pasolini. Non a caso, Bertolucci lavorò per lui come assistente, affrontando poi il primo film, La comare secca (1962) con atmosfere tipicamente pasoliniane. La Prima rivoluzione del 1964 lo promuove cantore della borghesia tormentata degli anni ’60, che troverà espressione, l’anno dopo, ne I pugni in tasca di Marco Bellocchio: la stessa nostalgia, l’incoerenza e la rabbia per la parola che muore in bocca.

Poi il ’68 con Partner, e nel ’70 Strategia del ragno che, girato per la Rai, è ispirato ai testi di Jorge Louis Borges. Per giungere, nello stesso anno, al primo dei suoi capolavori, Il conformista, attinto dal romanzo di Alberto Moravia. Il fenomeno internazionale “Bertolucci” esplode però solo con Ultimo tango a Parigi nel 1972, uno dei film più importanti dell’intero panorama cinematografico italiano. Frutto della sensibilità del regista, unita alla recitazione intensa di Marlon Brando, il film è un viaggio nella disperazione di un vedovo vagabondo per cui il sesso, consumato tra le pareti di un appartamento spoglio, si trasforma in un luogo “altro”: una seconda esistenza, tutta carnale, da cui tenere fuori gli orrori della vita. Ad accrescerne la fama è la complessa vicenda censoria che seguì, e per la quale il regista  ritorna sulle sue responsabilità nell’imporre a Maria Schneider di subire scene brutali.

Oltre lo scandalo (e anche grazie a esso), la sua fama internazionale cresce. Seguono dal 1976 Novecento, epica grandiosa sui partigiani delle campagne parmensi, raccontata attraverso le stesse tinte terrose e commoventi dei quadri del pittore Pelizza da Volpedo; La Luna (1979) e La tragedia di un uomo ridicolo (1981), pellicole dall’accoglienza tiepida, e L’ultimo imperatore, con il quale Bertolucci conquista nel 1987 otto Oscar (tra cui quello per la regia). È il trionfo della creatività, del gusto scenografico italiano e della narrazione, nonché il momento della consacrazione del mito: una pellicola, se diretta manu Bertolucci, sarà indimenticabile.

Scena iniziale del film The Dreamers, con Eva Green e Louis Garrel

Ma, quasi mai come nel suo caso, un uomo di cinema è stato anche uomo di lettere. È infatti dalle parole che trae nuovamente ispirazione per Io ballo da sola, diretto nel 1996 dopo un lungo periodo passato a Londra, e per Il tè nel deserto (1990), con il quale riscopre l’opera di Paul Bowles. Quindi si sposta ai confini del Tibet nel 1993, per narrare la storia di Piccolo Buddha terminando così la trilogia dell’Oriente e nel 1996, tornato a Roma, realizza L’assedio. Ma è nel 2003 che i giovani cinefili lo scoprono davvero, con la storia di tre ragazzi agli albori della contestazione giovanile. Perché The Dreamers è un gioco d’amore. Un malizioso rapporto a tre dove i legami, familiari e sentimentali, si ingarbugliano in un morboso e intricato nodo di corpi.

Ma intanto, la malattia che da anni lo assedia prende il sopravvento. E mentre gira l’intenso scontro tra fratello e sorella di Io e te (2012), dal romanzo di Niccolò Ammaniti, diventa sempre più distante. Il critico cinematografico e rettore dell’Università Iulm Gianni Canova lo rammenta ai nostri microfoni: «È per la sua dimensione privata che dobbiamo ricordarlo. Quella che faceva di lui un uomo consapevole della propria grandezza e della fragilità effimera del nostro essere al mondo». Come in Piccolo Buddha, quando il monaco, dopo aver passato una vita a costruire il mandala perfetto, decide di distruggerlo. In quella consapevolezza dell’impermanenza che hanno solo i grandi. Così destinati a passare, per ritornare alle stelle.

 

 

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