Ponte di Nona, la periferia dimenticata tra occupazioni abitative e falsi miti

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui. Cercare e sapere riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Italo Calvino, Le città invisibili

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Ponte di Nona è una delle tante periferie romane dove da dieci anni esiste una emergenza abitativa che coinvolge centinaia di nuclei familiari. Tutti, almeno sulla carta, beneficiari di un alloggio popolare a cui fino a oggi in pochi hanno potuto accedere. Imboccando prima via Caterina Usai e poi svoltando in via Aldo Capitini s’intravedono le prime palazzine popolari, una parte di proprietà dell’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale, un’altra di Roma Capitale.

È il 1988 quando la Regione Lazio e l’allora Istituto autonomo case popolari (Iacp) concludono un accordo per la realizzazione di palazzi popolari a Ponte di Nona. Dopo anni di stallo, nel 2005, iniziano i lavori di costruzione, affidati all’architetto Paolo Portoghesi. I palazzi, in tipico stile ‘barocchetto romano’, di cui esempi sono gli edifici della Garbatella e di Testaccio, accolgono ciascuno 112 appartamenti, di dimensioni tra i 45 e i 95 metri quadrati. Le prime assegnazioni sono avvenute nel 2008.

A Roma sono oltre 170 mila le persone che beneficiano di un alloggio popolare. Uno dei problemi principali del patrimonio residenziale pubblico riguarda innanzitutto la sua gestione. Sapere con esattezza quali palazzine popolari appartengono alla Regione Lazio e quali invece al Comune è una vera impresa. Non esiste infatti una banca dati unica e, ciascun ente gestore stila ogni due anni una lista degli alloggi popolari senza mai divulgarla.

Quel che si sa oggi è che il Comune ne ha in gestione poco più di 28mila, mentre l’Ater 48mila. Si aggiungono poi i cosiddetti fitti passivi – oltre 3mila appartamenti di enti o privati nella disponibilità del pubblico assegnati in base alla graduatoria sull’edilizia residenziale pubblica (Erp) – e alloggi fuori dal Comune di Roma – in questi ultimi anni acquistati per convenienza dal Campidoglio – e, consegnati solo su base volontaria. Sono 2mila e 200 circa, sparsi tra Ciampino, Marino, Pomezia e altri Comuni limitrofi. In totale ci sono circa 78mila alloggi popolari nella Capitale che, malgrado un patrimonio residenziale pubblico cosí importante, non riesce a fronteggiare il disagio abitativo delle aree periferiche, situate oltre il Grande Raccordo Anulare.

Una delle palazzine popolari nel tipico stile ‘barocchetto romano’

Nonostante Ponte di Nona sia stata pensata per accogliere tanto la media borghesia, con ‘Nuova’ Ponte di Nona, quanto nuclei familiari meno abbienti, grazie alla costruzione di migliaia di alloggi popolari (nel piano originario del Comune di Roma il quartiere avrebbe dovuto fungere da modello) entrambi gli spaccati si sono trasformati presto nel simbolo dello ‘strapotere’ dei ‘palazzinari’ romani.

Mentre le grandi palazzine residenziali di ‘Nuova’ Ponte di Nona costituiscono oggi a tutti gli effetti un quartiere dormitorio, non s’intravedono attività commerciali ed è palese il mancato sviluppo urbanistico dell’area, la zona delle case popolari è diventata invece teatro dell’illegalità. Palcoscenico privilegiato dove è facile assistere ogni giorno a una lotta tra poveri, che sta lasciando una ferita profonda che così rischia di incancrenirsi.

Anche contattando di persona l’Ater non si riesce a ottenere alcuna indicazione né sul numero di alloggi popolari sotto la sua diretta gestione né sullo stato delle palazzine. Poche informazioni si hanno invece dai residenti, quelli meno restii a denunciare lo stato di totale anarchia in cui da anni versa di fatto il quartiere: tanti i problemi di manutenzione – uno dei più gravi riguarda il funzionamento della rete fognaria –  e le situazioni di abusivismo e delinquenza. Molti alloggi popolari risultano inutilizzati. Letteralmente sotto chiave. Sono case dove non vive più nessuno, nuclei familiari, trasferitisi altrove, che pur non avendo bisogno dell’alloggio popolare, in modo del tutto illegale, ne mantengono saldo il possesso.

Ma non finisce qui. Perché questi appartamenti vengono rivenduti, spesso a prezzi stracciati, all’insaputa sia della Regione sia del Comune. I quali – denunciano sempre quei pochissimi residenti disposti a parlare – tranne alcune retate sporadiche, non effettuano mai controlli. Con il risultato che le graduatorie per l’assegnazione delle case popolari sono bloccate. «Non esiste alcun controllo su queste compravendite», denuncia Angelo Fascetti referente di A.s.i.a, l’Associazione inquilini e abitanti presente anche a Ponte di Nona. «Un fenomeno che c’è sempre stato. Già trent’anni fa c’era chi rivendeva la casa popolare. Spetterebbe all’ente gestore dire: ‘non hai più diritto all’alloggio’, ma questo non succede mai».

Tra piazze di spaccio – dove giovani e giovanissimi, anche stranieri, a ogni ora del giorno, vendono per lo più eroina e cocaina – locali commerciali e appartamenti occupati, oltre alla totale assenza di luoghi di incontro o di aggregazione, Ponte di Nona è l’emblema della periferia dimenticata. Di un fallimento a cui le amministrazioni di ogni colore hanno contribuito.

Alcuni bambini giocano davanti alle loro case, due locali commerciali occupati del quartiere

«È semplicistico affermare che le case le danno agli immigrati e ai rom. Il problema è che a Roma, ma in tutta Italia, gli alloggi popolari sono irrisori. L’edilizia residenziale pubblica nel nostro Paese in media è del tre per cento. Se guardiamo all’Europa la media arriva al venti per cento», aggiunge Fascetti. «Poi le contestazioni che vengono fatte agli stranieri oggi, negli anni Settanta si facevano agli immigrati del Sud Italia».

Il fatto è che negli ultimi dieci anni la domanda di case popolari non è solo cresciuta, ma è anche cambiata: essa non comprende solo le fasce più deboli della popolazione ma, talvolta, anche il ceto medio, uno dei più colpiti dalla crisi e dalla speculazione edilizia. «Migliaia le famiglie che non riescono a pagare 900 o 1000 euro al mese di affitto. Anche il numero degli sfratti è aumentato».

Ponte di Nona si presenta cosí: da una parte tanti i rifiuti abbandonati sul ciglio della strada, a cui spesso i residenti preferiscono dare fuoco. L’immondizia viene spazzata via dallo sfrecciare delle auto che attraversano a gran velocità il quartiere, disperdendosi lungo via Caterina Usai. Dall’altra un grande giardino pubblico, abbandonato al degrado e all’incuria. In un primo pomeriggio di fine maggio s’incontrano pochi residenti a piedi. Due bambine giocano davanti alla loro casa. Al posto di una porta, un muro di mattoni. A nascondere l’ingresso, un lungo telo bianco che, a ogni folata di vento, si agita lasciando intravedere nella penombra l’interno. Non è un appartamento come un altro. È uno dei tanti locali commerciali occupati da famiglie italiane e straniere che, a causa del protrarsi del disagio abitativo, hanno deciso di arrangiarsi.

Bastano pochi passi quindi perché Ponte di Nona regali l’istantanea perfetta di una lotta tra poveri. Poveri che nel disperato bisogno di ritagliarsi un proprio spazio di dignità e di stabilità, seppure illusorie, hanno imboccato la strada dell’illegalità. Anche la famiglia di Cristiano (nome di fantasia) – uno dei tanti giovani del quartiere finito prima nel giro di spaccio e divenuto poi vittima della tossicodipendenza – quattro anni fa ha deciso di occupare un locale commerciale in via Aldo Capitini. Dopo avere aspettato invano l’assegnazione di un alloggio popolare, a cui avrebbe avuto diritto in base all’ultima graduatoria Erp del 2012 e, essere passata da un’occupazione a un’altra attraverso il Movimento per la Casa Action, guidato dall’ex consigliere di Sel Andrea Alzetta.

Movimento accusato peraltro di lucrare sulle occupazioni. La famiglia di Cristiano racconta di avere pagato una ‘quota associativa’, «cosi la chiamavano quelli di Action». Soldi che dovevano servire a coprire le spese, come la luce, il gas o l’acqua, una volta preso possesso degli appartamenti. «È successo però – racconta Cristiano – era il 2013, che quando qui a Ponte di Nona abbiamo occupato l’Asl, oggi dismessa, un giorno poco prima dello sgombero della Polizia, staccassero tutti gli allacci». «Quelli di Action avevano promesso di pensare loro a pagare le bollette e a gestire nel modo migliore l’occupazione, e invece improvvisamente non si sono fatti più vedere». «È allora che abbiamo pensato di spostarci e di occupare questo locale commerciale, altrimenti, inutilizzato». A queste accuse il Movimento non ha mai risposto però.

Ponte di Nona, nascosta, oltre il cancello, c’è la piazza di spaccio del quartiere

«Dal 2000 ci sono centinaia e centinaia di famiglie che aspettano un alloggio. Pur essendo primi nella graduatoria Erp, dopo 19 anni, ancora non lo hanno ricevuto», dice Fascetti. «Il bando per l’assegnazione del Comune di Roma, approvato dalla giunta Alemanno, prevede che anche le famiglie che hanno fatto domanda prima del 2012 rientrano in graduatoria, ma non ci sono case a sufficienza e i nuclei che restano in attesa continuano ad aumentare anno dopo anno».

Fascetti punta il dito non soltanto contro la pessima gestione degli alloggi popolari a Roma, ma anche sulla speculazione: «Tante le truffe sui piani di zona, ci sono 28 inchieste in corso. I costruttori hanno gestito in modo privatistico buona parte dell’edilizia residenziale pubblica». Un ulteriore fattore che ha alimentato le occupazioni abusive. A Ponte di Nona, come nel resto della città.

Ora, dietro le tensioni sull’assegnazione degli alloggi popolari, si nascondono, oltre a situazioni di illegalità, anche leggi obsolete e falsi miti, come conferma il referente di A.s.i.a. Rispetto a Casal Bruciato e a Torre Maura, è a Ponte di Nona che si concentra la percentuale più alta di stranieri negli alloggi popolari, il 12 per cento. Come Nina (nome di fantasia), di origini nigeriane, da dieci anni in Italia assieme ai suoi due figli. Quando le è stato consegnato l’alloggio, versava in condizioni di povertà assoluta e, c’era ancora il compagno con lei.

L’assegnazione è infatti regolata in parte dalla legge regionale del 1999 e dal suo regolamento attuativo del 2000. Una legge che non tiene conto del cambiamento demografico degli ultimi venti anni e che prevede che gli alloggi grandi – il 41 per cento del totale – vengano assegnati ai nuclei familiari numerosi. Gli ultimi dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) ci dicono che a Roma la percentuale di stranieri ha superato nel 2018 il 13 per cento e che essi rappresentano oggi circa il 32 per cento degli assegnatari di una casa popolare, sia perché versano in condizioni di povertà assoluta sia perché hanno famiglie più numerose.

Ponte di Nona, altri alloggi popolari (prima del 2008)

A nulla è servito irrigidire i criteri di assegnazione, come è avvenuto con il bando del 2012, con cui si è tentato di agevolare i nuclei monofamiliari o meno numerosi, perché nel frattempo le assegnazioni hanno continuato ad andare avanti a rilento: sono oltre 12mila le famiglie che aspettano ancora un alloggio popolare, più della metà sono single o piccoli nuclei e, fino a oggi ne sono state assegnate solo 2mila, 500 circa l’anno. E di questo passo per esaurire le graduatorie ci vorranno circa 25 anni.

Lucio (nome di fantasia) racconta di essere stato costretto a lasciare la casa in cui viveva assieme alla figlia per una famiglia di origini tunisine. Oggi è uno delle migliaia di occupanti di Ponte di Nona. Un simpatizzante di Casa Pound che anche in questo quartiere ha tentato di alimentare, per ora senza riuscirci, tensioni sulle case popolari tra residenti italiani e stranieri.

«Si parli dei problemi reali. E delle soluzioni. A Roma ci sono 180mila alloggi inutilizzati, lo Stato deve tornare protagonista per rilanciare l’edilizia pubblica, attraverso il recupero degli appartamenti dismessi o venduti illegalmente», insiste Fascetti, convinto che non serva a nulla imporre requisiti di accesso più restrittivi. La chiave è un’altra: «Solo con una corretta gestione degli alloggi di risulta si potrebbero recuperare ogni anno 800, fino a 1000 appartamenti».

Per ora peró a Roma continua l’emergenza abitativa, causa profonda dell’emarginazione sociale, del risentimento verso le istituzioni e della rabbia che si respira nelle periferie. Anche a Ponte di Nona. Spesso la rabbia si mischia alla rassegnazione che, in modo perfettamente lucido, spinge tanti a preferire (e ad abbracciare) l’anarchia ai governi.

Palazzi di edilizia residenziale pubblica di proprietà dell’Ater

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