Miracolo a Milano
la gelateria degli ultimi

Tra le abitazioni realizzate negli anni Novanta, dopo la dismissione del grande centro industriale lombardo della Magneti Marelli, lontano dalle “torri” del quartiere Adriano Nuovo, sorge il palazzo dell’accoglienza. È la Fondazione Casa della Carità, dove bisognosi e invisibili trovano rifugio. Proprio come nella fiaba surreale firmata da Cesare Zavattini nel 1943 e a cui si è ispirato Vittorio De Sica per la pellicola Miracolo a Milano, anche la storia della Casa milanese di via Francesco Brambilla 10 ha del favoloso.

Casa della Carità “Angelo Abriani”

Perché questo lungo parallelepipedo giallo è un luogo da cui ripartire verso un percorso di reinserimento sociale e d’integrazione. Dove italiani e stranieri svantaggiati convivono fianco a fianco. E proprio qui dentro c’è il bar gelateria “Ero Straniero” in cui ogni giorno si destreggiano dietro al bancone persone di etnie e storie diverse, preparando caffè e gelati. Un regno in cui – scomodando ancora una volta Zavattini – «il buongiorno vuol dire veramente buongiorno!».
E a darci il primo vero “buondì” della mattina, tra le tazzine e l’odore di caffè, c’è Simone, che qui lavora come banconiere. Ragazzo di origini serbe, nato a Torino, ha compiuto vent’anni solo da qualche mese. Costretto più volte a cambiare casa – due anni trascorsi al Centro Ambrosiano di Solidarietà e tre nella Casa della Carità a Milano – Simone è un giovane dallo sguardo appassionato. E dai gesti meticolosi. Con fare timido, ma risoluto, confessa che il suo sogno è sempre stato quello di diventare barista, ma è comunque contento di aver seguito un corso per imparare a produrre gelato artigianale. A cambio turno arriva Mehrez. Nato in Tunisia 33 anni fa, ha trascorso metà della sua vita in Italia facendo il magazziniere e adesso ha iniziato una nuova esperienza nella gelateria sociale: «Imparo tanto, mi piace farlo al futuro». La lingua è stentata, ma nei suoi occhi si legge la voglia di guardare al domani. A una nuova vita fuori da queste mura accoglienti.

Mehrez durante una pausa al bar gelateria

È il 24 novembre del 2017, quando Ambrogio Manenti, medico impegnato nella cooperazione internazionale, inaugura la gelateria sociale, allestita all’interno della Casa della Carità, riadattandola al progetto originario nato a Il Cairo, in Egitto. «Passeggiando nel quartiere di Maadi dove lavoravo, vidi la gelateria “Stavolta”, che ispirandosi all’Italia, produceva un gelato di ottima qualità, ma con prezzi inavvicinabili per la popolazione egiziana», ricorda Manenti, «allora, mi sono chiesto: perché non creare una gelateria accessibile a tutti?».

Perché non creare una gelateria accessibile a tutti?

Così, con il supporto della Casa della Carità, grazie alla partnership con una Ong egiziana e al sostegno della ditta Carpigiani, il 10 dicembre 2015 Ambrogio e un gruppo di espatriati hanno messo in piedi, a Il Cairo, la prima gelateria sociale. «Il gelato aveva prezzi diversi: 1 pound egiziano (pari a 10 centesimi) per la popolazione povera e 15 (circa 1.50 euro) per i più abbienti – spiega il medico – i bambini di strada che non potevano permettersi di spendere neppure pochi centesimi avevano comunque la possibilità di beneficiare del “gelato sospeso”, offerto da un consumatore generoso». Riprendendo l’abitudine solidale della tradizione napoletana, in cui il cliente che ordina il caffè lo paga per sé e per uno sconosciuto, chiunque poteva mangiare un gelato offerto da qualcun altro. Bastava “strappare” dall’albero, allestito nel negozio, un simbolo del gelato e la propria dose di dolcezza era assicurata, almeno per quel giorno.

Il progetto filantropico della gelateria sociale ha fatto un viaggio di 4000 mila chilometri prima di arrivare a Milano: «L’idea di fondo era di creare equità attraverso il gelato ed è un concetto che, con i dovuti aggiustamenti, si adatta alla realtà italiana e milanese dove le disuguaglianze non mancano di certo». Solo di recente Manenti ha contribuito a espandere l’iniziativa anche ad Amman, in Giordania e a Gaza, in una Palestina oppressa dalla disoccupazione. In Italia il bar “Ero Straniero” prende invece il nome dalla campagna promossa per cambiare la Bossi-Fini sull’immigrazione. La proposta di legge, firmata da 90mila persone, è arrivata in Parlamento e chiede che vengano governati i flussi migratori, mettendo in primo piano la regolarizzazione e l’integrazione dei cittadini stranieri.
La gelateria sociale funziona come il gemello egiziano: i clienti ordinari pagano il gelato a un prezzo di mercato, mentre gli ospiti spendono 30 centesimi. La gestione è della cooperativa sociale Niw , New Ideas of Welfare, il cui responsabile è lo stesso Manenti. «Volevamo creare un luogo di socializzazione e integrazione per le persone. Così, oltre agli ospiti, agli operatori e ai volontari della Casa della Carità, apriamo le porte ai residenti del quartiere durante le iniziative culturali della Fondazione», afferma. «Proiezioni di film, eventi musicali, mostre e presentazioni di libri diventano momenti di incontro, anche per far conoscere il nostro gelato».
Luogo di scambio e di aggregazione, il bar gelateria “Ero Straniero” si è trasformato in pochissimo tempo in un circolo di coesione sociale, grazie alla partecipazione attiva dei residenti del quartiere. «In un periodo in cui le paure aumentano, il fatto di avere una realtà che accoglie creando aggregazione credo sia importante», afferma Don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità. Non solo misure di carattere assistenziale. Secondo don Colmegna, i temi del lavoro e della formazione professionale sono fondamentali. «Facendo un caffè o producendo gelato si impara un mestiere, i ragazzi che lavorano nella gelateria sociale acquisiscono delle competenze che potranno sfruttare altrove».

Facendo un caffè o producendo gelato si impara un mestiere

Mentre alcuni ospiti giocano a biliardino, un ragazzo entra in Casa della Carità

Un’opportunità di impiego per le persone svantaggiate, che nella gelateria di via Brambilla 10, sono per lo più cittadini stranieri. Se in Italia, secondo i dati Istat 2019, risiedono 5,1 milioni di immigrati, solo in Lombardia se ne contano 1.153.835. A rivelarlo è il rapporto dell’OrimOsservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità – che sottolinea come Milano, con i suoi 459.109 residenti stranieri, sia seconda solo a Roma. Il dato positivo è che nel 2018 il numero dei lavoratori stranieri nel nostro Paese è cresciuto di un punto percentuale, rispetto all’anno precedente. L’Italia resta uno di pochi paesi Ocse dove gli immigrati hanno un tasso di occupazione superiore a quello della popolazione nativa.
Nella Casa dell’accoglienza non mancano infatti gli italiani, che qui trovano un tetto sotto cui ripararsi: si calcola che siano oltre 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta nel nostro Paese (dati Istat). Di queste 180 mila risiedono in Lombardia, secondo il rapporto 2018 di Polis. Il dato diventa ancora più allarmante se messo a confronto con quello sugli stranieri. Sono oltre un milione e 500mila quelli in povertà assoluta con un’incidenza pari al 30,3%, mentre tra gli italiani è al 6,4%.
Numeri sconfortanti, ma sterili se analizzati solo come unità, e non come persone: «Ci sono tanti signori in difficoltà come me, ma quando sono arrivato qui non mi hanno fatto sentire come il povero “in più” da accudire – dice Giacomo, 45 anni – è come quando prepari il gelato: le quantità, le dosi sono importanti, ma se non ci metti amore viene una “schifezza”». Qui, a “Ero Straniero”, sembra abbiano trovato la ricetta perfetta per il gelato sociale: hanno scelto prodotti di qualità, aggiunto un pizzico di solidarietà e una spolverata di gentilezza. Sarà forse per questo che i gelati sono così buoni?

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